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mercoledì 22 febbraio 2012

Una pianta di 32mila anni - Wired.it

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Una pianta di 32mila anni
I semi conservati in una tana di scoiattoli sotto il ghiaccio siberiano sono germogliati in laboratorio. Risalgono a prima dell'ultima era glaciale
21 febbraio 2012 di Lorenzo Mannella
Non sarà imprevedibile come i dinosauri clonati dall'ambra di Jurassic Park, ma di sicuro la pianta vecchia di 32mila anni germogliata nel Soil Cryology Laboratory di Mosca avrà molto da raccontare agli scienziati. I semi di Silene stenophylla rinvenuti nel sottosuolo della tundra siberiana hanno infatti conservato intatto il dna racchiuso al loro interno: una finestra spalancata sulla storia evolutiva delle specie vegetali. E pensare che il record di antichità era detenuto da una palma di soli duemila anni. Una bella soddisfazione per il gruppo di ricercatori coordinati dal geoecologo David Gilichinsky, che ha pubblicato uno studio sulle pagine di Pnas.

Come racconta il New York Times, è un fatto abbastanza comune che gli scienziati si imbattano in semi antichi e siano presi dal desiderio di farli germinare. La curiosità di vedere come si sviluppa una pianta dal codice genetico vecchio di decine di migliaia di anni trasmette sempre una certa emozione.

È un po' come trovare un vecchio film abbandonato negli scaffali di un archivio e guardarlo per la prima volta dopo tanto tempo. Con l'unica differenza di poter conoscere l'età precisa dei semi attraverso una etichetta particolare, quella fornita dalla datazione con i radioisotopi del carbonio. Sono vecchi di 32mila anni, millennio più, millennio meno. Insomma, coetanei dei mammut e rinoceronti lanosi che popolavano la regione siberiana durante l'ultima glaciazione.

Vista l'età dei semi di Silene, gli scienziati erano abbastanza scettici sul fatto di poterli far germogliare semplicemente piantandoli nel terreno. La lunga permanenza nella tana degli scoiattoli lasciava poche speranze di resuscitare il materiale vegetale. Sebbene fossero stati rinvenuti più di 600mila piccoli frutti, era necessario qualcosa di più del semplice paleo-giardinaggio.

Così, il team di Gilichinsky ha pensato di prendere una scorciatoia e di prelevare alcune cellule contenute nella placenta (un organo del frutto dove sono conservati gli ovuli) e di trapiantarle in una piastra da laboratorio addizionata con ormoni vegetali. Si tratta di una tecnica che viene utilizzata spesso per riprodurre le piante, visto che le loro cellule sono in grado di dare vita a cloni perfetti dell'organismo originale.

Così, grazie al mix di ormoni e sostanze nutritive, l'equipe russa è riuscita a far sviluppare ben 36 piante. A prima vista, i fossili viventi apparivano del tutto simili ai pronipoti di Silene che vivono tutt'oggi in quelle zone, ma al momento della fioritura le cose sono cambiate. Le creature plurimillenarie hanno mostrato qualche differenza nella forma del fiore e, soprattutto, i loro semi germinavano nel 100% dei casi.

Un bel record per un fossile vivente, tanto da spingere gli scienziati a ipotizzare che in certe condizioni le piante dell'era glaciale potrebbero prendere il sopravvento su quelle dell'età moderna. Visto il progressivo assottigliamento dello strato di permafrost, non è affatto improbabile che altri semi fossili possano riattivarsi e invadere nuovamente la Siberia.

Una chiavetta Usb per leggere il dna - Wired.it

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Sequenziare le oltre 3 miliardi di paia di basi del genoma umano in soli 15 minuti. È la scommessa della Oxford Nanopore Technologies, azienda inglese specializzata nell’analisi di molecole biologiche. Durante il meeting dell’ Advances in Genome Biology and Technology svoltosi in Florida, la società ha reso noto il record del suo sequenziatore GridION: ha decodificato il genoma di un virus (quasi 5 mila paia di basi) in un’unica lettura. Un risultato mai raggiunto prima. E non è tutto. Il GridION, che sarà sul mercato nella seconda parte del 2012, arriverà a sequenziare in un solo passaggio ben 100 mila paia di basi; e già si pensa a commercializzare una versione miniaturizzata, il MinION, grande quanto un pollice.

Per leggere il Dna, i sequenziatori della Oxford Nanopore sfruttano (appunto) i nanopori, cioè molecole organiche con una sorta di buco centrale dal diametro di appena un nanometro. I nanopori sono avvolti in membrane e immersi in un liquido che contiene ioni e il campione di dna da analizzare. Applicando un potenziale alla membrana, gli ioni iniziano a muoversi generando una corrente elettrica che trascina il dna nel buco del nanoporo. Ma la doppia elica è costituita da nucleotidi diversi e ognuno, attraversando il poro, blocca il flusso degli ioni in modo differente. Un’ impronta elettrica che permette di identificare i singoli nucleotidi e, quindi, ricostruire l’intera sequenza del dna.

Per ora, il sistema presenta una probabilità d’errore del 4%, ma i tecnici inglesi sono al lavoro per abbassare la soglia allo 0,1-1%. In questo modo, il GridION sarebbe competitivo con gli apparecchi già esistenti, sui quali, tra l’altro, possiede il vantaggio di riuscire a leggere lunghe sequenze di dna in un’unica volta. In questo modo si abbassano i costi e i tempi di lavoro, poiché non ci sarebbe bisogno della post-produzione, la fase in cui si mettono insieme i frammenti di Dna sequenziati uno per uno. Considerando poi che ogni GridION potrebbe contenere sino a 8 mila nanopori, in teoria sfruttandone appena 20 si potrebbe sequenziare l’intero genoma umano in 15 minuti. Sei ore con il MinION, che si ricarica attraverso una porta Usb, ha una propria unità di elaborazione e sarà venduto a meno di 700 euro.

Per quanto riguarda i costi del GridION, la compagnia parla di 19-30 euro ogni miliardo di basi. Ciò vorrebbe dire che, usando questo apparecchio, i centri specializzati spenderebbero solo un centinaio di euro per decodificare tutto il genoma di un uomo. Ma la Oxford Nanopore dovrà sostenere una competizione agguerrita: il mercato del sequenziamento genetico è più che mai affollato. Solo per fare un esempio, la statunitense Ion Torrent Systems ha appena annunciato che entro la fine dell’anno lancerà una macchina capace di sequenziare l’intero genoma umano in un giorno per meno di 800 euro. La corsa al record è solo all’inizio.

martedì 21 febbraio 2012

I Maestri Della Sociologia Pdf PDF

Introduzione a Guida all ascolto della musica contemporanea

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La Rai rinuncia al canone su pc, tablet e smartphone - Repubblica.it

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ROMA - La Rai ha rinunciato al canone su pc, tablet e smartphone. Decisiva è stata la presa di posizione del ministero allo Sviluppo Economico. Il ministero ha infatti comunicato a Rai una propria interpretazione della norma del 1938 relativa al canone e ha escluso perentoriamente quei prodotti dal pagamento. La decisione arriva dopo le polemiche di giorni scorsi 1.

La Rai - a quanto risulta a Repubblica.it da fonti ministeriali - ha accolto quest'interpretazione, dopo un breve contraddittorio durante un incontro con il Dipartimento comunicazioni del ministero. Il ministero ha fatto notare a Rai che sarebbe stato assurdo imporre un pagamento a scapito dei beni digitali. Avrebbe certo penalizzato lo sviluppo tecnologico in Italia, tra consumatori e aziende, proprio in una fase in cui il Paese sta cercando di potenziarlo e mentre il governo lavora alla prima Agenda digitale italiana 2.

La notizia ha il sapore di un dietro-front da parte dell'azienda, che ora nega di aver "mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone", come si legge in un comunicato.

"La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiamo già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più' televisori", continua la nota.

"Ciò quindi - continua il comunicato - limita il campo di applicazione del tributo ad una utilizzazione molto specifica del computer rispetto a quanto previsto in altri Paesi europei per i loro broadcaster che nella richiesta del canone hanno inserito tra gli apparecchi atti o adattabili alla ricezione radiotelevisiva, oltre alla televisione, il possesso dei computer collegati alla Rete, i tablet e gli smartphone. Si ribadisce che in Italia il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore".

A Repubblica.it risulta però che la Rai sia stata spinta a cambiare idea, nell'interpretazione della norma, dopo l'intervento del Ministero e le numerose pressioni venute da aziende e consumatori.

"Il balzello che la Rai vorrebbe imporre a imprese e professionisti per il possesso di pc, tablet e smartphone è un'assurda forzatura giuridica. Ma soprattutto un'iniziativa fuori dal tempo e in totale contrasto con gli obiettivi dell'agenda digitale e gli sforzi che si stanno mettendo in atto per rilanciare la crescita del Paese", aveva detto il presidente di Confindustria Digitale Stefano Parisi.

"Innanzitutto va chiarito - continua Parisi - che i pc non sono stati concepiti per la ricezione di trasmissioni radiotelevisive, ma per innovare l'organizzazione del lavoro e la comunicazione. Il fatto che possano ricevere segnali televisivi lo si deve al processo evolutivo del mondo digitale, di cui lo stesso settore radio tv ha fortemente beneficiato per il suo sviluppo".

"Quindi l'estensione del canone Rai agli apparati dell'Ict, la pretesa di associarlo alla titolarità di un abbonamento a banda larga, il richiamarsi a una legge del '38 per tassare tecnologie del duemila, sono frutto di un'interpretazione del tutto arbitraria non supportata da alcun riferimento legislativo". Il ministero è d'accordo con questa posizione, l'ha fatta propria formalmente e Rai deve seguire.

Microchips ottici | Tecnologie - Scienze News .IT

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I microchips del futuro useranno la luce al posto dell'elettricità e in questo modo sarà possibile contenere i consumi energetici per lo spostamento dei dati.

Il chip optoelettronico integrato è un chip che funziona usando la luce al posto dell'energia elettrica.
Con la crescente necessità di spostare sempre più dati e sempre più velocemente è importante trovare un sistema capace di ridurre i consistenti consumi energetici legati all'aumento della larghezza di banda.

I chips optoelettronici potrebbero ridurre drasticamente il consumo energetico dei computer del futuro, ma ad oggi la produzione di questo tipo di tecnologia, usata nel settore delle telecomunicazioni, non è applicabile ai microprocessori. Questo perché le singole componenti sono realizzate separatamente e solo in un secondo tempo vengono assemblate insieme, mentre i microprocessori richiedono una più densa concentrazione di componenti.

Per superare il problema gli scienziati hanno sviluppato una tecnica nota come integrazione monolitica per cui le diverse componenti vengono costruite insieme e direttamente sulla stessa porzione di silicone, ma i materiali impiegati per costruire i dispositivi ottici non sono compatibili con i processi attualmente in uso per la produzione dei microprocessori pertanto l'integrazione monolitica da sola non risolve il problema.

I ricercatori del MIT hanno tentato di sviluppare tecniche per l'integrazione monolitica di componenti ottiche nei chips dei computer senza alterare i processi produttivi attuali. In collaborazione con IBM hanno prodotto chips con fotorivelatori, risonatori ad anello - che filtrano particolari lunghezze d'onda - e guide d'onda - che conducono la luce attraverso il chip. Tuttavia manca una fessura/canale sotto le guide d'onda per evitare che la luce fuoriesca e proprio per questo motivo potrebbe essere indispensabile apportare alcune modifiche ai processi produttivi di oggi.
Contemporaneamente i ricercatori del MIT stanno portando avanti un altro progetto parallelo che prevede la realizzazione delle componenti ottiche ed elettriche su wafer di silicone differenti che poi vengono fusi insieme per produrre un wafer ibrido.
Questo approccio sembra essere più costoso ma consente di ottimizzare sia le componenti ottiche sia quelle elettroniche separatamente.

I due differenti approcci su cui lavorano i ricercatori necessitano entrambi di un laser esterno al chip che fornisca il raggio di luce per trasportare i dati. Il laser esterno al chip potrebbe essere una caratteristica dei primi chips optoelettronici per l'applicazione sui computer e un possibile utilizzo potrebbe riguardare la trasmissione dei dati tra server o tra processore e memoria.

Per la comunicazione ottica è necessario impiegare laser capaci di produrre lunghezze d'onda opportune e questo è possibile usando il germanio. Si tratta di un elemento che entra già a far parte dei processi produttivi dei chips allo scopo di incrementarne la velocità.
Visto che il germanio è già presente nelle lavorazioni sarà forse più semplice riuscire ad impiegarlo per sviluppare una tecnica per costruire laser interni ai chips. Se così fosse sarebbe possibile ridurre ulteriormente il consumo energetico dei chips poiché il chip con laser integrato potrebbe essere spento quando non viene usato oppure la sua potenza potrebbe essere regolata in base alle necessità.

Il vantaggio del chip con laser integrato sarebbe nell'enorme risparmio energetico dato dal fatto che si potrebbero realizzare microprocessori con centinaia di cores che comunicano tra loro così da poter trasferire i dati senza ricorrere alla memoria.

Fonte
Massachusetts institute of technology

Dove sono le armi chimiche in Italia - Wired.it

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Molfetta, Lago di Vico e Colleferro. Ai siti tristemente noti come bacini di inquinamento derivante da armi chimiche, se ne aggiungono altri, come quello del golfo di Napoli o del mare Adriatico di fronte a Pesaro. A suggerirlo sono i documenti militari consultati dall’associazione ambientalista Legambiente, che domani presenterà in Senato il dossier nazionale Armi chimiche: un’eredità ancora pericolosa. In attesa di conoscere la mappa dettagliata dei siti a rischio, e le tecniche di monitoraggio e di bonifica necessarie a contenere i pericoli, Repubblica svela in esclusiva i luoghi e le storie (militari) portati alla luce dal report di Legambiente.

Si scopre così che a essere a rischio sono soprattutto gli ambienti e le popolazioni dell’ Italia centro meridionale, dove giacciono dalla Seconda guerra mondiale sostanze tossiche, irritanti e cancerogene come l’ iprite, la lewisite, l’ arsenico e il fosgene. Ma se da un lato si conosce, almeno in parte, che faccia abbia il pericolo, dall’altra manca ancora di capire esattamente quanto grande esso sia, vale a dire di conoscere le quantità di armi chimiche abbandonate sul suolo o seppellite sotto terra o in fondo al mare. L’unico modo per provare a capire l’entità del fenomeno è consultare i documenti militari. Esattamente quello che ha fatto Legambiente.

Si scopre così che i tedeschi, in ritirata incalzati dall’avanzata anglo-americana, scaricarono nel mare di fronte a Pesaro circa 4.300 bombe chimiche contenenti 1.316 tonnellate di iprite, cui si aggiungono 84 tonnellate di testate all’arsenico. Mentre subito dopo la fine del conflitto mondiale, sarebbero stati gli americani a utilizzare il Golfo di Napoli come sito per discarica, gettandovi bombe al fosgene, alla lewisite, proiettili (13mila) e barili all’iprite (438). Come spiegano Repubblica e Veleni di Stato, i dati arrivano dai cosiddetti rapporti Brankowitz, documenti militari resi pubblici e poi secretati di nuovo (durante l’amministrazione Clinton e poi quella di Bush, rispettivamente).

Ma oltre al Golfo di Napoli e al mare Adriatico di fronte a Pesaro, il dossier di Legambiente mette in luce altri particolari di siti a rischio chimico più noti, già presi in considerazione da studi di monitoraggio e bonifica. È il caso del basso Adriatico, che oltre alle bombe chimiche disperse in mare durante il secondo conflitto mondiale, nel 1999 è diventato anche il bacino di quelle sganciate dalla Nato durante la guerra in Kosovo. Per questa zona inoltre è stato già possibile stimare in parte il danno causato dall’inquinamento chimico (da iprite e arsenico) sui pesci, cui ora la regione Puglia cerca di rimediare con fondi destinati al ripopolamento.

Infine la mappa del rischio colpisce anche zone in passato dichiarate bonificate, in cui più recentemente è stata rivelata la presenza di inquinanti. È il caso di Ronciglione, cittadina del viterbese sul lago di Vico, che in passato, durante il fascismo, ospitò fabbriche per la produzione di armi chimiche. E sempre legato all’industria è il caso di Colleferro, in provincia di Frosinone, dove però, a differenza di Ronciglione, la produzione di armi chimiche non sarebbe così lontana nel tempo (con rifornimenti diretti in tempi recenti verso l’Iraq e la Libia, come riportano Repubblica e Veleni di Stato).

(Credit per la foto: Leif Skoogfors/CORBIS)

Chi era Renato Dulbecco - Wired.it

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Chi era Renato Dulbecco
Quasi 98 anni passati tra persone che avrebbero vinto - come lui - il Nobel, ricerche sul cancro e sui geni. Ma anche sotto i riflettori, come a Sanremo. Ecco la sua storia
- I suoi meriti scientifici, tra tumori e genomi
20 febbraio 2012 di Andrea Gentile
Una vita passata tra grandi scienziati, culiminata con un premio Nobel per la medicina, ma anche qualche soddisfazione mondana, come la conduzione del Festival di Sanremo. Ecco chi era Renato Dulbecco, ricercatore appena scomparso che, facendo la spola tra l’ Italia, paese in cui era nato nel 1914, e gli Stati Uniti, dove ha sviluppato le sue idee, ha fatto la storia della ricerca sul cancro. Sì, perché proprio nel 1975 l’allora 61enne Dulbecco aveva ricevuto il massimo riconoscimento per la medicina, insieme a David Baltimore e Howard Temin " per le loro scoperte sull'interazione tra virus tumorali e materiale genetico nelle cellule".

Renato Dulbecco era nato a Catanzaro ma, a causa della Prima Guerra Mondiale, si trasferì nel Nord Italia, prima tra Cuneo e Torino, poi a Imperia. Giovane brillante, costruì con le proprie mani forse il primo sismografo elettronico, come ricorda nell’autobiografia stilata per il Nobel. Nonostante la curiosità per la fisica, decise di iscriversi a medicina nella città di Torino. E proprio in questa università conobbe tre persone che avrebbero cambiato la sua vita. In primis Giuseppe Levi, docente di anatomia e titolare nel laboratorio dove il giovane Dulbecco trascorse molto tempo e apprese i fondamenti di studio e coltivazione dei tessuti. Le altre due figure furono invece due studenti ancora ignari che avrebbero a loro volta vinto due premi Nobel: Rita Levi Montalcini e Salvador Luria.

Dopo aver conseguito la laurea a 22 anni e aver partecipato alla Seconda Guerra Mondiale, fu spronato proprio da Levi Montalcini a lasciare l’Italia per gli Stati Uniti. Il suo sogno era lavorare nella genetica di organismi molto semplici, usando le radiazioni. Un desiderio che fu coronato a Luria, invece, che nel 1947 gli offrì un posto di lavoro a Bloomington, in Indiana, dove divise il laboratorio con un altro grande nome della biologia, James Watson – che insieme a Francis Crick avrebbe scoperto la struttura del dna. Presto si trasferì al California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena, chiamato dal premio Nobel Max Delbruck. Qui continuò prima a lavorare con i virus batteriofagi, capaci di parassitare i batteri, e poi si dedicò al campo dei virus animali, aprendo la strada alla virologia animale quantitativa.

Verso la fine degli anni Cinquanta iniziò a lavorare nell’ambito dei virus oncogeni, che gli varranno proprio il premio Nobel, lavorando prima al Salk Institute a La Jolla (1962), poi all’ Imperial Cancer Research Fund di Londra (1972).

Dopo il premio Nobel nel 1975, si dedicò allo studio dell’ insorgenza naturale dei tumori umani e delle loro cause genetiche, ritornando presto al Salk Institute, ed evidenziando come fosse difficile identificare i tipi cellulari nello sviluppo e nella carcinogenesi. Si rendeva necessario mappare il genoma umano, per evidenziare quali geni fossero attivi momento per momento. Una spinta verso quello che sarebbe diventato il progetto genoma. Che oltretutto avrebbe promosso anche nel suo paese di origine. Nel 1992, infatti, il Cnr gli chiese di organizzare un vero e proprio Progetto genoma italiano. E che ebbe però vita breve e produsse solo pochi risultati, a causa dell’isolamento dei ricercatori, degli strumenti limitati e degli scarsi finanziamenti, secondo quanto racconta Dulbecco nella sua autobiografia.

Nel 1999, infine, calcò il palco dell’Ariston insieme a Fabio Fazio e Laetitia Casta, conducendo il Festival di Sanremo e devolvendo il proprio compenso per il rientro di cervelli italiani in patria. Un’iniziativa che continua ancora oggi con il Progetto Carriere Dulbecco di Telethon. A due giorni dal suo 98esimo compleanno, si è spento a La Jolla, in California, a causa di un infarto.