Scritto da Marina Grossi
L’età contemporanea ci sfida ad essere pronti ad affrontare i cambiamenti sociali e culturali con grande plasticità, ma saremo davvero pronti ad accettare di varcare questa nuova soglia?
Danilo Mainardi afferma, nel suo godibilissimo saggio “Arbitri e Galline” che “un’importante differenza tra evoluzione biologica e l’evoluzione culturale risiede nelle diverse velocità dei due processi: lenta la prima, assai veloce, sempre più veloce la seconda”. La velocità dell’evoluzione culturale umana si sta riflettendo, in modo sempre più prepotente, su tutto l’ambiente e gli animali, con il suo complesso carico di responsabilità che ne derivano. Naturalmente l’accentuata velocizzazione di questa dicotomia, avvenuta in modo preponderante in questi ultimi anni, si è riflettuta in modo ancora più evidente nei confronti di chi ci accompagna da sempre: il cane.
La selezione delle razze, operata nei secoli scorsi, ha infatti assecondato un’urgente necessità di grandissima specializzazione, che coinvolgeva non solo i cani ma anche gli stessi essere umani che, fino alla generazioni precedente alla mia, potevano aspirare a consolidare un profilo lavorativo univoco, con mansioni fisse e specifiche.
L’evoluzione culturale, a torto a ragione, ci ha portati invece a un’identità mutevole con spostamenti lavorativi e personali ( e delle mente) in luoghi geografici diversissimi tra loro, accompagnati fedelmente dalla nostra ombra con la coda. Perché i cani possano vivere felicemente questa transizione, e garantire loro una buona integrazione nella società contemporanea, si ha quindi la necessità non solo di fargli vivere le peculiari vocazioni di razza, ma anche di consentirgli di acquisire un alto grado di variabilità comportamentale.
Cimatti definisce la variabilità comportamentale: “la capacità di cambiare il proprio comportamento a secondo delle situazioni, anche quando queste non sono mai state sperimentate in precedenza”.
Questo processo ha a che fare, in parte, con un progetto educativo guidato da un educatore cinofilo . Le fondamenta di una buona variabilità comportamentale, difatti, sono le esperienze di buona qualità e di giusta quantità. Adoro guardare i signori anziani con i loro quattro zampe che passeggiano nel centro storico della mia città, o osservare la grande competenza di quei cani abituatissimi a trovarsi nelle situazioni più disparate con il loro compagni umani.
Per quello che riguarda il training può essere molto utile fare leva su quella gamma di comportamenti non propri della razza o di quello specfico individuo. Per intenderci, nonostante eccellessi sicuramente nelle materie umanistiche, ho dovuto studiare la mia dose di chimica, matematica e fisica al Liceo, cosa che si è rivelata molto utile quando a 23 anni, dopo aver seguito tutt’altro percorso, ho deciso di intraprendere una facoltà scientifica. Parallelamente, nonostante il mio segugio Marley eccellesse nelle piste olfattive, è stato assai utile un training basato anche sulla collaborazione, e su un reciproco scambio scambio di sguardi per la nostra vita assieme a Roma e nei nostri viaggi.Il mio auspicio è quello che la vita con il nostro cane possa trasformarsi grazie a diversi momenti tesi ad imparare come raffrontarsi con ambienti, situazioni, persone diverse, condividendo la nostra vita in modo quantitativamente e qualitativamente elevato, in modo sereno insomma, per noi e per chi ci circonda. Il percorso di educazione cinofila servirebbe così a potenziare al meglio la flessibilità cognitiva dei nostri quattro zampe, in modo tale da far diventare attività ed esercizi parte integrante di un “paesaggio da attraversare più volte in modo diverso (Wittgentein)”, come in un utile laboratorio quotidiano dove spendere buona parte del nostro percorso assieme.
Credo che questo imparare a cambiare, ad aggiungere varietà, sia una grandissima sfida non solo per i nostri cani, ma in primis per noi. Sfida dalla quale usciremo come sempre, fianco a fianco.Tagged with: danilo mainardi • flessibilità cognitiva • selezione razza • variabilità comportamentale
giovedì 19 aprile 2012
Una nuova sfida contemporanea: la variabilità comportamentale | movimento pandora
Come leggono le espressioni in Oriente e Occidente - Wired.it
DAILY WIRED NEWS SCIENZA
Come leggono le espressioni in Oriente e Occidente
Gli occidentali distinguono nettamente sei emozioni sul viso degli altri, mentre gli orientali si limitano a due: felicità e tristezza. Ed è lo sguardo a essere rivelatore. Ecco lo studio su Pnas
18 aprile 2012 di Lorenzo Mannella
Felicità
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A volte uno sguardo dice più di mille parole. In certi casi sarà anche così, ma la saggezza proverbiale questa volta deve scontrarsi con un dato di fatto: anche gli occhi parlano con lingue diverse. Come spiega uno studio pubblicato su Pnas ( Proceedings of the National Academy of Sciences), le culture occidentali e orientali tendono a identificare in modo differente le espressioni di felicità, sorpresa, paura, disgusto, rabbia e tristezza.
D’istinto siamo portati a credere che queste emozioni siano codificate in maniera altrettanto universale da tutti gli esseri umani (sembra addirittura che felicità e tristezza siano contagiose come un virus) ma in realtà esistono delle differenze. Le popolazioni dell’Est tendono ad associare paura, disgusto e rabbia all’espressività dello sguardo, mentre gli occidentali si affidano più ai movimenti dei muscoli facciali.
Per arrivare a questi risultati, il team di ricercatori guidati da Rachael Jack, neuroscienziata dell' Università di Glasgow, ha chiesto a 30 volontari (metà asiatici e metà europei) di guardare 4.800 animazioni casuali di volti umani maschili e femminili. Ciascuno di questi era frutto di un mix di espressioni facciali legate a emozioni e di caratteri somatici ben distinti tra loro.
I ricercatori hanno poi chiesto ai partecipanti all’esperimento di classificare il tipo di emozione e la relativa intensità (in una scala da 1 a 5) per ciascuna faccia. I risultati sono stati raccolti dal team di Jack per generare dei modelli visivi delle aree facciali che avevano influenzato maggiormente i giudizi dei 30 volontari.
Le conclusioni hanno sorpreso tutti: mentre gli occidentali tendono a riconoscere i sei tipi di emozioni analizzate (felicità, sorpresa, paura, disgusto, rabbia e tristezza) in base a precise espressioni facciali – come distorcere gli angoli della bocca o arricciare il naso – i volontari di origine asiatica non distinguono nettamente le emozioni prese in esame fatta eccezione per felicità e tristezza.
Un fatto che sembra dipendere da influenze sociali differenti nelle due culture: in occidente tendiamo a codificare le espressioni facciali in categorie molto nette, mentre nei paesi asiatici le persone non presterebbero molta attenzione alla mimica facciale ma si focalizzerebbero soprattutto sullo sguardo. Un segno del fatto che l’evoluzione dei costumi culturali ha allontanato gli asiatici dai canoni espressivi primitivi, codificati soprattutto dal movimento dei muscoli del volto.
Insomma, queste due sensazioni, opposte tra loro, sembrano le più universali. Certo, questa non è di sicuro la regola d’oro per decretare come un popolo percepisca le emozioni, ma di sicuro potrebbe insegnarci a prestare attenzione a dettagli che potremmo aver trascurato.
Come si calcola l'Imu? - Wired.it
DAILY WIRED NEWS ECONOMIA
Come si calcola l'Imu?
Rendite catastali, rivalutazioni e aliquote. Ecco come calcolare quanto si dovrà spendere per i propri immobili. E ci sono già diversi strumenti online
18 aprile 2012 di Andrea Curiat
Cominciano a delinearsi più chiaramente le regole e modalità di pagamento per la nuova Imu, l’Imposta municipale unica che andrà a sostituire la vecchia Ici interessando, però, anche le prime case di proprietà. Nelle ore passate la norma ha terminato il proprio passaggio presso la commissione Finanze della Camera, che ha approvato l’emendamento proposto dall’ Udc per permettere il pagamento dell’imposta in due o tre rate, secondo le preferenze dei proprietari degl immobili. Bisogna però decidere in fretta: al 18 giugno, infatti, è già stata fissata la scadenza per versare il primo acconto dell’Imu, pari al 50% dell’importo totale, se si sceglie la soluzione in 2 rate, o al 33% per chi preferisce pagare in 3 soluzioni. Stando a stime dell’associazione dei consumatori Asso-Consum, il costo medio dell’Imu potrebbe attestarsi a circa 200 euro per la prima casa e a oltre 650 euro per la seconda casa. I margini di variazione rispetto alla media, però, sono ampi: ecco allora come calcolare l’importo dell’imposta.
Il punto di partenza è la rendita catastale dell’immobile. Il dato può essere reperito dal rogito catastale o dalla dichiarazione dei redditi, e indica in pratica quanto renderebbe teoricamente l’immobile se fosse dato in affitto. Il valore va poi rivalutato del 5% e moltiplicato per un coefficiente fisso pari a 160 (aumentato del 60% rispetto al coefficiente della vecchia Ici). Supponiamo ad esempio che la rendita catastale di un immobile sia pari a 1.000 euro. La rivalutazione è quindi di 1.000 euro più il 5% di 1.000 euro (vale a dire, 50 euro): fanno 1.050 euro in tutto. Moltiplicando per 160, il risultato finale è pari a 168mila euro.
Niente panico, ovviamente non è questo il valore dell’Imu. C’è un passaggio successivo da effettuare. L’importo ottenuto, infatti, è quello sul quale si applica l’aliquota fissata dal decreto Salva Italia e modificata dai singoli comuni. L’aliquota di base è dello 0,4% (il 4 per mille) per l’abitazione principale (quella in cui ogni cittadino ha la propria residenza fiscale e in cui dimora abitualmente) e dello 0,76% per la seconda casa. Le amministrazioni comunali possono modificare queste percentuali a livello locale, alzandole o abbassandole dello 0,2% (per le abitazioni principali) e dello 0,3% (per le seconde case). Poichè lo Stato si riserva la metà del gettito derivante dall’Imu, e vista la necessità dei Comuni di raggranellare risorse, è facile prevedere che la maggior parte degli enti locali si terrà comunque su valori di aliquota vicini ai massimi. Nell’esempio, quindi, un’aliquota dello 0,4% su 168mila euro (per una rendita catastale di 1.000 euro) implica un eborso di 672 euro. C’è però la possibilità di detrarre 200 euro sulla prima casa (il totale dell’esempio scenderebbe così a 472 euro) e altri 50 euro per ogni figlio.
Per chi non vuole perdersi in calcoli, comunque, è facile reperire online dei calcolatori automatici di Imu che applicano automaticamente le regole di cui sopra. Una semplice ricerca con Google restituisce dozzine di risultati attendibili, come questo e questo. In ogni caso, però, bisogna conoscere la rendita catastale dell’immobile e l’ammontare dell’aliquota fissata dal comune in cui è situato. Per pagare è possibile utilizzare il modello F24, disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate, effettuando il versamento tramite la propria banca (anche via home banking) o tramite intermediari abilitati come i Centri di assistenza fiscali (Caf) dislocati sul territorio.
