Il trattato anti-contraffazione non s'ha da fare. Il Parlamento europeo ha rigettato l' Acta e sottoscritto il parere negativo espresso una quindicina di giorni fa dalla Commissione per il commercio internazionale. Schiacciante la vittoria dei no: 478 voti contro i 39 a favore e le 165 astensioni. Il Vecchio Continente si chiama quindi fuori dall'accordo negoziato con Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone, Corea, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore e Svizzera. Recente anche il passo indietro elvetico.
La battaglia combattuta strenuamente dalle associazioni per la tutela della libertà in Rete e, fino a ora, vinta su tutta la linea fra i confini comunitari, non si esaurisce con il voto odierno: il commissario al Commercio Karel De Gucht si è premurato ieri di assicurare che anche in caso di sentenza negativa " la Commissione continuerà a perseguire l'attuale procedura dinnanzi alla Corte". Trattasi di Corte di Giustizia, che dovrà esprimersi sull'attinenza del trattato alle regole comunitarie e che potrebbe aprire la porta a eventuali e successivi rimaneggiamenti del controverso testo. Iter ipotetico che si concluderebbe nuovamente nelle aule del Parlamento. La posizione di De Gucht emerge chiaramente da una sua dichiarazione di inizio marzo: " Acta non è un attacco alla libertà, è una difesa ai mezzi di sussistenza. Non siamo nel 1984, siamo nel 2012. Acta non è il Grande fratello, è una soluzione ai problemi economici del 2012 e oltre. Creatività, innovazione e diritti di proprietà intellettuale sono i mezzi con cui stimolare la crescita e l'occupazione".
Nella petizione di Avaaz sottoscritta da quasi tre milioni di persone, il trattato viene descritto invece come un tentativo di distruggere la Rete libera e aperta. La motivazione è da ricercarsi nella parte del testo che punta il dito contro gli Internet Service Provider e mette sulle loro spalle la responsabilità della circolazione di contenuti illeciti a fini commerciali. La spada di Damocle delle pesanti sanzioni avrebbe imposto a piattaforme come Google o Facebook il controllo preventivo del materiale veicolato. Di conseguenza, il rimbalzare di contenuti a cui siamo abituati sarebbe stato messo seriamente in discussione. A far storcere il naso è stato anche il percorso che ha portato alla stesura del testo definitivo: Acta rimbalza in gran segreto da una scrivania all'altra dal 2007 e solo tre anni dopo il Parlamento europeo ha imposto la dovuta trasparenza al processo.
Su La Quadrature du net, uno dei punti di riferimento della resistenza, il voto di oggi viene accolto come " una vittoria per i cittadini e la democrazia". " Le istituzioni europee", dichiara il co-fondatore della gruppo transalpino Philippe Aigrain, " devono riconoscere che l'alleanza tra cittadini, organizzazioni della società civile e Parlamento Ue è la base di una nuova era democratica". " Le regole europee per la protezione del copyright", conclude Aigrain, " vanno definite con la partecipazione dei cittadini". Questo sarà l'inno delle prossime battaglie.
Ma non tutti sono d'accordo con il voto e sui suoi risvolti in terra italiana. “I l paradosso del voto su Acta è che tutte le previsioni normative incluse nell’accordo bocciato oggi, sono già state recepite dall’ordinamento italiano nel 2006, con il decreto di attuazione della direttiva 2004/48/CE in materia di tutela dei diritti di proprietà intellettuale (c.d. "Direttiva Enforcement")", afferma Enzo Mazza, presidente di Fimi-Confindustria: " È la dimostrazione dell’isteria collettiva di una politica che corre dietro alle istanze populistiche del Web, senza ricordarsi nemmeno di ciò che ha votato qualche anno fa e che i giudici applicano quotidianamente”.
L'avvocato esperto di digitale Fulvio Sarzana conferma che la normativa nostrana permette " già di poter andare davanti a un giudice e ottenere provvedimenti urgenti" nei confronti di chi non rispetta la proprietà intellettuale (in Rete). La parte di Acta che obbligava i provider a dare ai titolari dei diritti i nomi dei disobbedienti " è stata ammorbidita" e da questo punto di vista " poco sarebbe cambiato all'interno dell'ordinamento italiano". Il pericolo, prosegue Sarzana, risiede nella fase di recepimento: al cospetto dell'ok comunitario, il parlamento italiano avrebbe dovuto accogliere Acta e " avrebbe probabilmente colto l'occasione per introdurre una sorta di emendamento Fava", dando agli Isp il temuto ruolo di sceriffi della Rete.







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