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lunedì 7 novembre 2011

Chieti, l'arcivescovo Forte dialoga con il filosofo Givone | Il Centro

Chieti, l'arcivescovo Forte dialoga con il filosofo Givone

Chieti, l'arcivescovo Forte dialoga con il filosofo Givone

    di Carlo Tatasciore
    Giovedì 10 novembre, alle ore 17, nell'auditorium del Rettorato dell'università di Chieti, introdotto dal rettore professor Franco Cuccurullo, inizierà il ciclo di "Quaestiones quodlibetales", che l'Arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, promuove ogni anno. Questa volta la "disputa" avverrà in dialogo con il filosofo Sergio Givone sul tema «La verità della poesia».
    Givone insegna Estetica all'Università di Firenze, dove ha rivestito l'incarico di prorettore e attualmente dirige la Scuola di dottorato in Filosofia. Gli si riconosce l'elaborazione originale di un "pensiero tragico", le cui radici affondano già nel periodo dei suoi studi universitari a Torino, alla fine degli anni Sessanta, quando attraverso l'approfondimento di Pascal, filosofo cristiano, scoprì il lato tragico del disincanto che caratterizza l'uomo moderno. Oltre alla tesi di laurea con Luigi Pareyson, da quel sottofondo emerse, vent'anni dopo, un'opera più compiuta: "Disincanto del mondo e pensiero tragico" (Il Saggiatore 1988). In Givone, come nel suo maestro, ha assunto un'importanza centrale il nesso ontologico tra nulla e libertà, da cui è nata l'attenzione per il nichilismo, ma senza alcuna condivisione dei suoi esiti relativistici o postmoderni. Il nulla è una funzione che per Givone non va assunta in senso annichilente e de-realizzante, ma piuttosto come richiamo alla contingenza e problematicità esistenziale, né in senso eticamente deresponsabilizzante, ma come rinvio continuo alla drammatica necessità di decisione personale. Givone ha inoltre riflettuto sul significato del

    mito e più in generale sulla "complicità" della ragione con il suo altro. Tutta la tradizione poetica e letteraria, estetica in senso lato, è intrisa dell'elemento tragico: ciò ha offerto materia per studi sul Romanticismo (si veda almeno "La questione romantica", Laterza 1992), sul romanzo moderno nel suo intreccio con la filosofia della storia ("Il bibliotecario di Leibniz. Filosofia e romanzo", Einaudi 2005) e su Dostoevskij, sicuramente l'autore di riferimento ("Dostoevskij e la filosofia", Laterza 1984), al quale nei suoi interessi va accostato il poeta-filosofo Leopardi, anch'egli protagonista non nichilista di quella "Storia del nulla", che è stata ripercorsa in un libro con lo stesso titolo (Laterza 1995). A un certo punto in Givone è riemersa una tendenza latente sin dalla giovinezza, la voglia di scrivere per narrare storie. Sono nati così tre romanzi non privi di risvolti filosofici: "Favola delle cose ultime" (Einaudi 1998), con un'ambientazione simile a quella dell'infanzia dell'autore: le risaie e le cascine del vercellese; "In nome di un dio barbaro" (Einaudi 2002), titolo che allude all'Amore; "Non c'è più tempo" (Einaudi 2008), una vicenda legata al brigatismo e ambientata tra le mura dell'ex convento fiorentino di Sant'Orsola, simbolo di degrado urbano. Da poco Givone ha fornito un agile strumento per ripercorrere i momenti cruciali della sua vita intellettuale: un libro-intervista, a cura di Francesca Nodari, pubblicato con il titolo "Il bene di vivere" (Morcelliana 2011). Al centro di esso si incontra una formula: pt= (r+l) x (a+v) che, senza poterla qui spiegare in dettaglio, permette di indicare almeno le coordinate della sua filosofia. Il pensiero tragico ("pt") altro non è che «il risultato di r+l (religione e libertà) moltiplicato per il risultato di a+v (arte e verità) al di là di questi fattori, è la loro moltiplicazione ad aprire un nuovo scenario - lo scenario del tragico. Dove la religione-libertà, anziché opporsi all'arte-verità, produce una tensione, un vortice».
    Quattro termini, dunque, che al di là delle apparenze si richiamano: la religione come libertà e l'arte che, anche quando falsifica, si trova pur sempre in rapporto con la verità. Se da un lato «la religione mostra che Dio è libertà, o non è», dall'altro, «è all'arte che affidiamo ogni residua speranza di verità e di senso». Ed è probabilmente entro le stesse coordinate che si muoverà il confronto su poesia e verità in programma a Chieti. Anche l'ultimo libro di Forte, "Una teologia per la vita" (La Scuola 2011), è un'intervista, curata dal saggista Marco Roncalli, che ha come filo conduttore il percorso intellettuale e di fede del vescovo-teologo. Da questo libro è stato tratto l'articolo uscito lo scorso 23 ottobre sul "Sole 24 Ore" in occasione dell'incontro interreligioso promosso da Benedetto XVI ad Assisi Forte spiegava che, riguardo al problema delle diverse possibili vie religiose alla verità, nel mondo cristiano la posizione che va prevalendo non è né l'esclusivismo né il pluralismo relativistico, ma quella dell'inclusivismo, secondo cui l'adesione a Cristo, unico e necessario mediatore, potrebbe tuttavia avvenire anche «in forma implicita». L'attesa era dunque che anche nella "Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo" di Assisi la questione venisse riproposta «in modo serio e responsabile».
    Gli stessi dialoghi che Bruno Forte da anni promuove a Chieti, anche con la partecipazione di non credenti, fra cui filosofi, così come le precedenti esperienze realizzate da Carlo Maria Martini a Milano e da Gianfranco Ravasi a Bologna ("Il Cortile dei gentili", febbraio 2011), risultano ispirarsi a questa forma odierna di vocazione universale della Chiesa. In vista del meeting di Assisi, infatti, l'invito è stato rivolto non solo ai quasi 300 esponenti delle varie religioni, ma anche ad alcuni atei e agnostici: la filosofa e psicoanalista francese Julia Kristeva, il filosofo messicano Guillermo Hurtado, l'economista austriaco Walter Baier e il filosofo italiano Remo Bodei. Quest'ultimo dal 2006 trascorre una parte dell'anno a Los Angeles per tenere le sue lezioni all'Università della California. A lui abbiamo chiesto un commento sul meeting a cui ha partecipato.

    6 novembre 2011

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