Filosofiablog

Nowsy.com - your news and info dashboard

CYBERNIX

http://blog.libero.it/MASTERIZZAZIONE/index.rss

Cerca nel blog

martedì 8 novembre 2011

Newsletter di Sociologia - Riflessioni sull'aggressione a Suad Omar

Bimestrale dei corsi di studi in Sociologia e Ricerca Sociale (triennale) e in Sociologia (specialistica interfacoltà).
Direzione: Arnaldo Bagnasco, Mario Cardano, Manuela Olagnero, Rocco Sciarrone. Redazione: Michele Manocchi.

Professione Sociologo
Riflessione sul caso di aggressione a Suad Omar: la violenza contro le donne straniere e la diffusione di responsabilità.
Chiara Cau e Arianna Santero

Partendo dall’atto di violenza razzista avvenuto a Torino il 30 Settembre verso un personaggio di spicco della comunità somala, Suad Omar, donna impegnata al livello politico, sociale e culturale nella città, pensiamo sia opportuno riflettere sugli scenari che si nascondono dietro ad alcune ripetute azioni razziste verso le donne immigrate e la reazione di immobilità delle persone testimoni di tali accaduti.
Tutto è avvenuto in un pullman che la donna aveva preso per recarsi all’ospedale Mauriziano per svolgere la sua attività di mediatrice culturale. Un signore italiano di mezza età inizia ad insultarla con esclamazioni razziste e la picchia fino a romperle gli occhiali. Tutti ammutoliti, chi spaventato, chi fa finta di nulla, solo l’intervento di due ragazzi africani in aiuto della donna aggredita. L’autista chiama subito il 112 e apre le porte del pullman (più tardi dirà di averlo fatto perché il regolamento vieta agli autisti di intervenire) da dove l’aggressore riesce a scappare molto velocemente. Nessuno lo blocca.
Gli interrogativi sul clima socio-culturale che si è creato nel tempo all’interno della nostra cultura di appartenenza che questi eventi suscitano sono tanti. Partiamo da due domande:
- perché le persone straniere, in particolare donne, sono vittime di aggressioni e di insulti da parte di alcuni cittadini della società ospitante?
- perché spesso le persone che assistono a fatti del genere non reagiscono, rimanendo come immobilizzati, senza prendere parte attiva alla interruzione della situazione di pericolo?
La violenza verbale e talvolta fisica contro le persone straniere è un fenomeno ormai noto e frequente, ancor più se si tratta di donne, facilmente assimilate alla categoria “prostitute” e dunque “più insultabili”. Anche se attualmente con la femminilizzazione dei flussi migratori, le immigrate in Italia sono sempre di più, e ricoprono ruoli diversi, forse l’immaginario collettivo non ha colto questo passaggio e continua a rappresentarle come dedite alla cura che nessun altro vuole attuare, prostitute o badanti. Purtroppo, un numero non quantificabile di donne straniere (1) rimane vittima di due tipi di violenza: quella pubblica e quella domestica; una violenza che, come per le donne native, va dagli insulti e pestaggi nei luoghi pubblici a quelli in ambito privato, come nella propria casa. Franca Balsamo esplorava già negli anni Novanta le specificità della violenza nei confronti delle donne immigrate, metteva in luce condizioni di segregazione e di maltrattamento, nel testo “Da una sponda all’altra del mediterraneo. Donne immigrate e maternità” (1997), uno dei primi, e ancora pochi lavori sul tema. Se, infatti, l’immagine di donne migranti come culturalmente arretrate, poverine, deboli vittime del maschilismo violento e ottuso dei loro uomini, è molto diffusa, anche in alcuni testi giornalistici o di sedicenti scienziati sociali (forse perché rassicurante per noi, come se queste cose non ci riguardassero), gli studi seri sul fenomeno della violenza di genere e “etnica”, in Italia non sono ancora moltissimi. . Le donne di cui raccontava Balsamo provenivano dal Maghreb, per lo più dal Marocco. Ora a Torino la composizione della popolazione migrante è mutata, ma purtroppo non sembrano diminuite le violenze.
L’emigrazione modifica le relazione tra uomo e donna, creando un clima di maggiore tensione tra i partner a causa della nuova condizione di vita, che comprende per esempio la cura dei figli e degli aspetti domestici da parte dei padri, di solito ambiti di prerogativa femminile nel paese di provenienza (in questo caso parliamo più specificatamente del Marocco, senza voler fare generalizzazioni, anche se la diseguale divisione dei lavori di cura per genere è diffusissima, e non solo nei paesi di partenza dei flussi migratori). L’emigrazione femminile dal Marocco era un’emigrazione prevalentemente di ricongiungimenti al maschile: le donne arrivate dopo il compagno, si trovavano ad avere meno competenze e risorse di lui. Altri flussi migratori, più caratterizzati da donne primo migranti, come dalla latinoamerica, possono essere segnati maggiormente dalla ridefinizione dei ruoli per genere. La casa può diventare il luogo dove le donne vengono trattate come “bestie” o “oggetti che non servono a niente”, private della loro autonomia come persone e ridotte a schiave da maltrattare. Mentre nel paese d’origine esiste relativamente di più la possibilità di controllare la violenza domestica attraverso la famiglia e la rete femminile di cui, in genere, la donna dispone, in Italia invece la mancanza di protezione della parentela e la condizione di isolamento facilita la messa in atto di violenze da parte del partner.
La violenza che le donne immigrate subiscono non di rado è anche quella all’esterno della casa, nei luoghi pubblici, come i pullman (v. caso di Suad Omar); per la strada attraverso insulti e pestaggi (e spesso le migranti, a causa di molteplici fattori tra cui condizioni economiche e rete migratoria, abitano in quartieri meno illuminati, meno controllati, più caratterizzati da microcriminalità, ma di nuovo, non sempre è detto); nell’ambito lavorativo, dove peraltro vige spesso lo sfruttamento e le migranti tendono a concentrarsi in settori lavorativi più informali, talvolta in coabitazione con i datori di lavoro (in generale, le donne costituiscono il 56% dei lavoratori precari con retribuzioni inferiori rispetto agli uomini di circa un quarto; in ospedale, dove l’ignoranza relativa alla cultura di origine della persona immigrata da parte del personale medico porta alla messa in atto, anche involontaria, di comportamenti poco rispettosi, come l’uso del “tu”. Se oggi a Torino gran parte delle aziende sanitarie locali si sono dotate di corsi di aggiornamento e riqualificazione sulla multiculturalità, e si avvalgono della collaborazione di mediatrici interculturali, proprio come Suad Omar, fino a poco tempo fa capitava che ci si lasciasse andare ad espressioni del genere “come mai una ragazza musulmana, praticante, vuole abortire?” (Balsamo, 1997) (2).
Le donne emigrate in Italia che spesso per desiderio di mobilità sociale ascendente, migliori condizioni economiche e sociali, sono bersaglio di un fenomeno di violenza eterogeneo, che si manifesta in molteplici forme e talvolta si diversifica a seconda dello status sociale e giuridico della persona. E’ una violenza verbale, incarnata non solo dagli insulti diretti, ma anche espressa in modo più velato tra la gente comune o, addirittura, negli ambienti come la scuola o i servizi sanitari che dovrebbero mirare alla tutela piuttosto che ancorarsi a pregiudizi. Esistono poi circoli viziosi poco esplorati: è difficile fidarsi delle istituzioni della società ricevente, se percepite, più o meno oggettivamente, come ostili, il tanto che basta per denunciare un reato subito che non si vorrebbe confessare neppure a se stesse.
L’assenza di una presa di posizione forte da parte dello Stato di fronte a questi atti di violenza costanti, nonostante l’esistenza della cosiddetta Legge Mancino (1993) che dovrebbe tutelare le persone da eventuali discriminazioni per condizioni razziali, etnici, religiosi e nazionali (escluso l’orientamento sessuale) e l’introduzione dell’Azione civile contro la discriminazione (art. 44 T.U. sull’immigrazione) (3), ci mette di fronte alla necessità di una partecipazione attiva e concreta alla vita cittadina, per poter intervenire laddove l’offesa va a sostituire il rispetto e la libertà di tutte di vivere una vita dignitosa.
Il secondo interrogativo da noi posto è dunque : perché le persone che assistono a fatti del genere non reagiscono?
Quali sono gli scenari alla base dei comportamenti di indifferenza da parte della maggioranza delle persone di fronte a situazioni drammatiche, come aggressioni, incidenti o addirittura omicidi? Ripercorrendo la letteratura in merito, possiamo citare gli studi classici condotti in psicologia sociale sulla diffusione di responsabilità, ispirati al caso di Kitty Genovese, una giovane donna accoltellata nel parcheggio di casa sua da un uomo in un quartiere di New York (Rosenthal, 1964). Il caso, avvenuto nel 1964, fece molto scalpore soprattutto per il fatto che ben 38 testimoni, i quali assistettero all’accaduto di fronte alle loro finestre, rimasero inerti senza alcun cenno di intervento.
Da lì presero il via numerose ricerche (v. ad esempio gli studi degli psicologi sociali Latané e Darley) sul cosiddetto fenomeno di “diffusione di responsabilità”, cioè sulla mancata assunzione di responsabilità di fronte a situazioni di pericolo da parte delle persone quando si trovano in una folla, spesso caratterizzata da anonimato ed egoismo. Sono state analizzate tutte quelle situazioni come incendi, aggressioni, incidenti dove la partecipazione di numerose persone rende gli individui indifferenti; quelle situazioni dove nessuno si preoccupa vedendo che gli altri non lo fanno. L’anonimato, il contagio (il concetto appena citato), la passività delle persone e l’irrazionalità delle reazioni sono gli aspetti che caratterizzano le persone quando si trovano all’interno di una folla, ovvero una forma di gruppo non organizzata.
Come scrive Cialdini, psicologo sociale americano noto per i suoi studi sull’influenza sociale, il fenomeno della diffusione della responsabilità è anche strettamente connesso all’ambiente della città, dove le persone si deindividualizzano, uniformandosi alla massa e di conseguenza tendono ad una minore assunzione di responsabilità di fronte a situazioni di pericolo. Secondo l’autore, per evitare la perpetuazione di comportamenti di totale immobilità di fronte a situazioni di emergenza, occorre ripersonalizzare la richiesta di aiuto, ovvero rendere responsabile ogni spettatore in prima persona. A tal proposito, è interessante il racconto che Cialdini fa del suo incidente in auto, quando vive in diretta il fenomeno, da lui tanto studiato, della diffusione di responsabilità: in un primo momento, nessuno interviene. La situazione si capovolge nel momento in cui Cialdini rende responsabile ciascun automobilista fermo all’incrocio, perplesso di fronte alla scena dell’incidente: a uno viene detto “chiami la polizia!”, ad un altro “abbiamo bisogno di aiuto” e così via. A questo punto, le persone si attivano e soccorrono all’istante l’autore insieme al suo amico che era con lui in auto (cit. in Amerio P., “Problemi umani in comunità di massa. Una psicologia tra clinica e politica”, 2004).
Latané e Darley (cit. in Ciraolo A., “La storia di Kitty Genovese e la diffusione di responsabilità”, 2010) descrivono quattro passaggi principali per portano all’offrire aiuto:
1- Accorgersi dell’evento;
2- Decidere che la situazione necessiti di aiuto;
3- Assumersi la responsabilità;
4- Decidere come intervenire e agire.
Riallacciandoci all’aggressione subìta da Suad Omar il 30 Settembre a Torino, ci è sembrato importante riflettere non solo sulla frequenza di atti del genere nei confronti delle donne, in particolare se immigrate, ma anche sul fenomeno della diffusione di responsabilità che, in tale situazione come in tante altre, è presente e le reazioni dei testimoni sono quasi sempre le stesse: indifferenza, anonimato, passività.
A tal proposito, a nostro parere, è bene sempre interrogarsi sul perché spesso capita che le persone, nella folla, non si attivino in prima persona di fronte a situazioni di pericolo che coinvolgono gli altri o, addirittura, se stessi; perché non prendono posizione e preferiscono rimanere nell’indifferenza, piuttosto che agire. Forse per un risparmio cognitivo? La paura di essere feriti? Oppure, perché in situazioni del genere si scatenano determinate dinamiche dettate dal fatto di stare all’interno di una folla, dove i legami affettivi sono deboli e la personalità si de individualizza, scaricando la responsabilità all’esterno? A queste dinamiche secondo noi, nel caso di violenze contro le straniere, forse andrebbero aggiunti elementi ulteriori, legati alla percezione di normalità degli eventi violenti, alla costruzione sociale dell’alterità, ad atteggiamenti se non razzisti, di chiusura sociale verso alcuni gruppi di persone, alla sfiducia che coinvolgersi (bloccare le porte dell’autobus, denunciare l’aggressore) possa portare qualcosa di buono per la vittima della violenza e per la collettività.

Nessun commento:

Posta un commento