Dall'11 marzo 2011 è passato quasi un anno. Ma dell'onda di tsunami che ha distrutto le coste giapponesi non restano solo macerie e desolazione. L'incidente di Fukushima ha segnato un'intera epoca, costringendo ancora una volta le persone a domandarsi se l' energia nucleare sia la vera risposta per il futuro. Oltre a alimentare il dibattito sulla sicurezza degli impianti, la catastrofe che ha messo in ginocchio il Giappone ha suscitato numerosi altri interrogativi.
A un anno di distanza, si può cercare di fare il punto della situazione e analizzare tutti i dettagli dell'incidente di Fukushima. Operazione che tuttavia non è semplice perché, come mostrano i continui aggiornamenti che provengono dall'impianto nucleare, la situazione non è ancora sotto controllo. Inoltre, come spiega il rapporto pubblicato da Greenpeace, non è ancora chiaro quale sia la reale entità dei danni causati dall'inquinamento radioattivo.
I modelli di rischio
Prima di costruire una centrale nucleare è necessario fare valutazioni oggettive sui potenziali rischi a cui sarà esposto l'impianto. Secondo le stime dei costruttori, incidenti di gravità paragonabile a quella di Fukushima dovrebbero verificarsi una volta ogni 250 anni. Tuttavia, i casi di Three Mile Island e Chernobyl dimostrano che non è affatto così.
Un errore di calcolo dovuto al fatto che la maggior parte degli studi di valutazione del rischio si limita a fissare dei parametri tecnici, sostiene Greenpeace. Sulla base di questi, viene deciso in modo arbitrario che è sufficiente rispettare tutte le norme per scongiurare il peggio. Questo non basterebbe, perché errori umani, catastrofi naturali ed espansione degli insediamenti abitativi possono stravolgere le previsioni e causare danni irreparabili. L'unica soluzione consiste nell'imparare dagli errori di calcolo e adottare nuovi parametri, secondo l'associazione ambientalista.
Il piano di evacuazione
A Fukushima anche le strategie di emergenza post-disastro hanno rivelato tutta la propria inadeguatezza. Nonostante il terremoto e lo tsunami dell'11 marzo avessero una portata colossale, le autorità giapponesi hanno comunque messo in atto un piano di evacuazione che non teneva conto di uno dei fattori più pericolosi: la contaminazione radioattiva. Lo scenario più disastroso prevedeva addirittura lo sgombero di Tokyo, situata a 250km di distanza. Ma alla fine il governo ha ordinato di abbandonare le proprie abitazioni solo ai residenti nel raggio di 20 km.
Tuttavia, nel caso di fallout radioattivo è insensato ragionare per schemi tracciando sulla mappa delle aree di evacuazione concentriche. Infatti, la direzione del vento, le condizioni meteo e la presenza di zone cuscinetto possono far sì che le polveri radioattive si depositino anche in luoghi abitati fuori dalla zona rossa.
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