Gli studi che individuano maggiori livelli di benessere e di salute nei credenti colgono diversi aspetti di un fenomeno affascinante e complesso, che tocca stili di vita, modi di pensare, assetti affettivi ed emotivi, pratiche quali la preghiera e la meditazione, la frequentazione regolare di funzioni e celebrazioni religiose, l’abitudine a effettuare esercizi spirituali. Se è vero, infatti, che le persone religiose potrebbero godere di maggiore salute – come riporta la letteratura scientifica sull’argomento – poiché tendono ad assumere stili di vita più sani (in conseguenza all’accettazione di prescrizioni e regole di vita che scoraggiano una serie di pratiche dannose), sembra, tuttavia, importante sottolineare come non tutto si possa spiegare in base a questo tipo di premessa. Non sono in molti a dubitare seriamente che uno stile di vita salutare contribuisca a migliorare il benessere ed è altamente probabile che condividere il medesimo stile moderato con la collettività dei credenti rafforzi la propria determinazione e la fermezza nel mantenere i propositi. Fin qui niente di illuminante, se non la constatazione che chi crede ha maggiore motivazione nel seguire delle buone pratiche ed è incline ad autodisciplinarsi in modo più efficace rispetto a chi non crede. Un altro dato che può in parte spiegare il benessere delle persone religiose riguarda la minore vulnerabilità alla depressione; questa si lega, probabilmente, al contrasto del sentimento di disperazione e a una buona capacità di riconoscere i momenti in cui si ha bisogno di aiuto, che distingue i religiosi dagli scettici. I credenti hanno un maggiore sentimento di fiducia nel poter ricevere aiuto. La cosiddetta “inaiutabilità”, una percezione che è caratteristica di chi tende a sviluppare disturbi depressivi, viene mitigata, nei credenti, dal messaggio che si può fidarsi e che quando si è in difficoltà si può chiedere, con la preghiera, ma anche con il ricorso agli altri.
Ciò che mi appare interessante è tentare di sondare il senso di tali specificità di pensiero e comportamento, introducendo elementi propriamente psico-biologici e correlandoli al maggior benessere psicofisico. Torno, allora, come primo esempio, alla capacità di autodisciplina, provando a delineare il motivo grazie a cui i credenti risultano in grado di controllarsi di più, come riporta una gran mole di letteratura scientifica sull’argomento. Una delle ragioni può risiedere nel fatto di mettere grande impegno ed energia nel perseguire obiettivi, allorché questi obiettivi vengano percepiti come fondamentali, o, ancor più, come sacri. Non si tratterebbe, però, di una specificità esclusiva delle persone religiose, ma riguarderebbe, piuttosto, tutte quelle persone che possiamo definire “molto determinate”. Il discorso si approfondisce se si vanno ad osservare gli effetti dei sentimenti e delle attività tipiche dei credenti, cercando di individuare quale sia il loro impatto sulla mente umana e sulla qualità della vita. Un passo importante è, allora, sottolineare il senso di speranza e fiducia che caratterizza chi dà una prospettiva positiva e un senso alle cose. È una sorta di “nutrimento spirituale”, che, nella maggior parte dei casi, può migliorare l’affettività, innalzare l’autostima e promuovere atteggiamenti costruttivi.
Ci si può soffermare, poi, sul contributo apportato da pratiche fondamentali collegate alla fede, quali la preghiera, solitaria o collettiva, la meditazione, la partecipazione alle celebrazioni, per andare a vedere nel dettaglio come possano incidere su stati psicofisici e qualità mentali, quali la volizione e l’autocontrollo. Tutti questi atteggiamenti e comportamenti si ripercuotono, infatti, nel funzionamento cerebrale in modo peculiare, favorendo lo sviluppo di alcune caratteristiche. Gli effetti maggiori riguardano l’attivazione di aree importanti, nei lobi parietali e temporali, nella corteccia anteriore del giro del cingolo e nella corteccia prefrontale mediale. Tali aree hanno a che fare con le cosiddette “capacità meta cognitive”: riflessione, empatia, capacità di auto-regolazione. La fede e la preghiera comportano, in particolare, modalità di attivazione cerebrali molto diverse dalle attivazioni che si osservano nei fenomeni di suggestione, che passano per altre vie neurali e altri sistemi psicofisiologici. Gli effetti, che oggi si sa essere benefici, della preghiera e della meditazione vanno distinti da quelli del rilassamento, delle pratiche suggestive e ipnotiche, dell’effetto placebo.
Nell’effetto placebo, infatti, i meccanismi neurofisiologici che sono attivi nei soggetti altamente suggestionabili non risultano sovrapponibili a fenomeni osservati nei credenti. I meccanismi della suggestione coinvolgono, anche qui, aree specifiche del cervello, che hanno a che fare con i cosiddetti “sistemi del reward”, quei circuiti neurali che si attivano in base a quanto un’attività sia gratificante. In particolare, una serie di studi ha approfondito il meccanismo psicofisico indotto nel paziente in seguito alla somministrazione di sostanze che non hanno nessuna reale proprietà farmacologica, ma che in molti casi dimostrati riesce ad alleviare un dolore o addirittura a migliorare lo stato fisico. Secondo la definizione di Shapiro: «Placebo è ogni procedura deliberatamente attuata per ottenere un effetto o che, anche senza che se ne abbia nozione, svolge un’azione sul paziente o sul sintomo o sulla malattia, ma che oggettivamente è priva di ogni attività specifica nei confronti della condizione oggetto di trattamento. Tale procedura può essere attuata con o senza consapevolezza che si tratti di un placebo». Si tratta di un fenomeno che ha molto a che fare con la suggestione, ma ha caratteristiche peculiari che lo distinguono dagli altri tipi di suggestione, quali l’ipnosi e l’autoipnosi. Una ricerca condotta dai di neurologi del Department of Psychiatry and Molecular and Behavioral Neuroscience Institute dell’Università del Michigan, coordinati da Jon Kar Zubieta, ha individuato, in particolare, un settore del sistema limbico, il Nucleus Accumbens che viene potentemente coinvolto quando si attiva l’effetto placebo. Questo nucleo e il sistema endorfinico della dopamina intervengono, infatti, quando ci si aspetta di ricevere un aiuto e influenzano la risposta alle cure mediche. La pratica religiosa attiva meccanismi cerebrali differenti e sovrapporre l’effetto placebo ai fenomeni legati alla fede, al di là della propria personale posizione sull’argomento, sarebbe, comunque, un errore scientifico abbastanza grossolano.
Fatta, dunque, questa importante distinzione, vorrei concludere questa breve riflessione con un approfondimento, suggerito dagli studi di Andrew Newborg e Eugene d’Aquili, pionieri nella ricerca dei meccanismi neurobiologici della fede. I due studiosi affermano, riportando l’ampia letteratura in materia, che i comportamenti religiosi contribuiscono alla buona salute per la loro capacità di riduzione dello stress. Una preghiera silenziosa, o una meditazione, o la partecipazione a una celebrazione attivano la funzione parasimpatica, rafforzando la risposta immunitaria agli agenti patogeni, riducendo frequenza cardiaca e pressione sanguigna, nonchè la concentrazione ematica di ormoni quali il cortisolo.
C’è, però, anche un tipo di attivazione ulteriore, che può essere innescato dalla preghiera intensa e continuativa. Questa pratica favorisce il raggiungimento della percezione che le cose abbiano un senso unitario. E’ il cuore spirituale dell’esperienza religiosa, il momento in cui si nella mente si apre lo spiraglio della trascendenza, reso possibile dalla struttura stessa del nostro cervello. Le specificità umane rendono infatti possibile questo tipo di intuizione e di dialogo, in cui si trascende se stessi; i suoi complessi effetti non si spiegano agevolmente ricorrendo a sovrapposizioni con altre attività e stati mentali. Se vogliamo indagare la natura di questa capacità di auto trascendenza dell’essere umano ed i suoi effetti, spesso benefici, è importante partire dall’ipotesi che si tratti di qualcosa di diverso, di un fenomeno originale, una peculiarità di funzionamento assunta dalla coscienza umana quando entra in gioco l’esperienza di Dio.
Lascia un commento
Condividi su:
Notizie correlate
La fede cristiana rende più felici, intelligenti e sani psico-fisicamente
University of Missouri: chi è religioso ha migliore salute mentale e fisica
Lo psicoanalista Jacques Arènes: «il cristianesimo è realista e liberante»
Secondo una metanalisi i cristiani vivono meglio e più a lungo
Nuovo studio su religione e ateismo in Canada
25 commenti a La fede e il benessere psicofisico: correlazioni e distinzioni dall’“effetto placebo”
Francesco B. ha detto:
8 gennaio 2012 alle 13:53
Un altro membro per la nostra squadra
Rispondi
Paolo Viti ha detto:
8 gennaio 2012 alle 14:57
Beh non credo di far parte di una squadra sinceramente…se non quella di chi ama la verità, qualunque essa sia e da qualunque parte arrivi.
Rispondi
Francesco B. ha detto:
8 gennaio 2012 alle 15:34
La mia era una battuta e un modo simpatico per dare il benvenuto alla psicologa, tutto qui.
Rispondi
Alcor vega ha detto:
8 gennaio 2012 alle 14:35
Grazie per l’articolo che trovo bello e interessante
Rispondi
Ercole ha detto:
8 gennaio 2012 alle 14:49
Caspita che argomento interessante! Trattato in modo davvero bene. Complimenti alla dottoressa. La psicologia, sopratutto dopo Freud, ha avuto sempre grande contrasto con la religione. Il tema trattato è uno dei piani di lavoro comuni che fanno senz’altro avvicinare le due sfere.
Rispondi
Ermanno ha detto:
8 gennaio 2012 alle 16:54
Credo anch’io che Freud abbia davvero giocato un ruolo pesante su questo. C’è una sorta di dipendenza del mondo psichiatrico verso di lui, lo si è visto quando Onfray ha tentato di attaccarlo. Si è scatenato il finimondo.
Rispondi
Vronskij ha detto:
8 gennaio 2012 alle 20:15
E’ più che vero che Freud ha fato molti danni alla religione, ma nello stesso tempo ha scoperto nel testo greco il complesso di Edipo come l’equivalente del peccato originale del testo ebraico. In più il complesso di Edipo dimostra la relazione fatale tra eros e thanatos, e in senso più negativo tra perversione sessuale e la criminalità, come parte della natura caduta del uomo. La verità dipende da che prospettiva si vedono le cose, puoi vedere la stessa verità da posizioni diversi.
Rispondi
lorenzo ha detto:
8 gennaio 2012 alle 23:18
“… ha scoperto nel testo greco il complesso di Edipo come l’equivalente del peccato originale del testo ebraico…”
Mi potresti per favore spiegare meglio cosa avrebbe scoperto Freud?
Rispondi
Alessandro M. ha detto:
8 gennaio 2012 alle 14:54
Complimenti anche da parte mia, uno dei più bei articoli sul tema che ho letto. Posso chiedere alla dott.sa qualche link verso studi scientifici che attestano questa differenza di attivazione dall’effetto placebo?
Rispondi
Carmine V. ha detto:
8 gennaio 2012 alle 15:01
ho avuto molto piacere a leggere un articolo di questo tipo, sopratutto perché gli psicologi che affrontano questo argomento solitamente lo fanno per dire proprio l’opposto. se è possibile rivolgersi direttamente all’autrice anche io volevo farle una domanda. è questa: spiegare dal punto di vista evolutivo e neuroscientifico la nascita della fede, può in qualche modo avere qualcosa da dire sull’autenticità di tale “sentimento”? cioè mi spiego facendo un confronto: se qualcuno mi spiegasse perché dal punto di vista biologico e chimico io voglio bene alla mia ragazza, questo significa che il mio sentimento non è davvero autentico? spero di essermi fatto capire. ringrazio per l’eventuale risposta
Rispondi
Leonardo Paolo Minniti ha detto:
8 gennaio 2012 alle 16:58
Non vorrei rispondere prima io di Maria Beatrice, però credo che sarà difficile scoprire perché l’uomo possa aprirsi alla trascendenza al contrario di qualunque altro essere vivente. E anche il fatto che qualcuno mi spiegasse perché io ora stia scrivendo questa risposta, non significa certo che io allora non voglia scriverlo o che tu non esista. Spiegare il “come” è un aiuto, non è certo un ostacolo.
Rispondi
Alcor vega ha detto:
8 gennaio 2012 alle 15:03
Inoltre vorrei aggiungere e scusate se rubo spazio ai commenti, che io occupandomi di fisioterapia e molto spesso agendo nella riabilitazione in ambito neurologico e neuropsicologico vedo e testo che la persona credente (al di là del successo terapeutico)hanno uno sprint in più interiormente sembrano avere una felicità interiore che esula dal semplice fatto di stare meglio perchè riempono le loro giornate o perchè si aggrappano a qualcosa ,è una cosa molto differente e ringrazio ancora la dottoressa di aver gettato le luci su questo tipo di meccanismi
Rispondi
Nofex ha detto:
8 gennaio 2012 alle 15:08
Ma io credo che non possa che essere così. Insomma non lo dico in modo arrogante, ma partire da un “pieno”, ovvero da una prospettiva di senso compiuto della vita, un significato riconosciuto e sperimentabile, non può essere uguale a chi parte da un “vuoto”, da un relativismo, da una prospettiva ultima di non-senso (come appunto si chiama il blog dell’ateo più famoso d’Italia). Capisco che siamo in una società in cui vale il principio della parità dei diritti dell’utopia del multiculturalismo, però mi pare una questione sperimentabile in prima persona, oltre ad avere una conferma dal mondo scientifico come ha spiegato in modo impeccabile Maria Beatrice.
Rispondi
Daphnos ha detto:
8 gennaio 2012 alle 17:58
Alcor, sei la stessa persona che scrive sul gruppo Facebook “Scienza e Fede”? Se sì, come fai a prendere tanti insulti da Paolo Comandini e tirare avanti senza incazzarti?
Rispondi
Laura ha detto:
8 gennaio 2012 alle 15:27
Grazie molte! Post davvero bellissimo, spero in una collaborazione proficua con la dottoressa. Queste tematiche sono davvero poco affrontate seppur importanti per una visione razionale della propria fede.
Rispondi
EnricoBai ha detto:
8 gennaio 2012 alle 16:35
complimenti…mi è stato molto utile. bello anche il suo sito, molto curato.
Rispondi
Rebecca ha detto:
8 gennaio 2012 alle 17:45
Credo che alla confusione abbia contato molto anche l’importazione delle religioni orientali, le quali invece sfruttano il potere auto-suggestivo della meditazione.
Rispondi
Carlo ha detto:
8 gennaio 2012 alle 19:09
Io (agnostico) mi appresto a fare un esperimento su me stesso (da molto tempo pensato e mai messo in atto).
“Sfidando” mia madre mi sono proprosto di iniziare da domani la recita del Rosario.
Vi aggiornerò sulla situazione ogni tot giorni.
Rispondi
joseph ha detto:
8 gennaio 2012 alle 20:15
ok allora. tienici aggiornati.
Rispondi
Norberto ha detto:
8 gennaio 2012 alle 21:07
E’ una cosa molto bella. Vorrei però dirti questo: trova solo chi sta cercando. Se lo fai come “sfida per vedere cosa succede”, non accadrà nulla e dopo un giorno di stuferai. Se stai cercando davvero, qualcosa cambia. Il cristianesimo lo si incontra comunque attraverso un volto amico, questo è il metodo di Cristo (così ha iniziato con gli apostoli). Per cui l’esperimento, se posso permettermi, sarebbe seguire una persona cristiana che stimi e provare a stargli vicino. Gesù non ti viene incontro sfidandolo ma cercandolo davvero. Comunque grazie per averlo condiviso con noi.
Rispondi
Paolo Cattani ha detto:
8 gennaio 2012 alle 21:33
Ma se davvero le vie del Signore sono infinte, perché non accettare che si possa partire da una “sfida”? Magari nion accadrà nulla, ma ciò è esattamente quello che pensava l’allora ateo dott. Carrel accettando di accompagnare alcuni malati a Lourdes
Rispondi
dome ha detto:
8 gennaio 2012 alle 23:54
Anche io vorrei iniziare come Carlo, anche dileggiandomi con una lettura quotidiana.
Non ho la presunzione di affermare di aver letto la Bibbia per intiero; però
l’ho studiata.
Ora il problema nasce sulla comprensione di tale testo, mi è difficile confrontarmi con l’Antico Testamento, non riesco a capire quel Volto divino così diverso da Gesù.
In seguito a ciò, non riesco a capire il significato di libertà in senso pieno.
Rispondi
Carlo ha detto:
9 gennaio 2012 alle 00:20
Ragazzi, io sono agnostico ma non stupido.Se con la recita del rosario o comunque con la fede si sta meglio mi convertirò e seguirò la fede. Se invece dopo un paio di mesi vedo che non cambia nulla resterò nel mio agnosticismo.
Ps:Piccola domandina…tecnica. Esiste un sito dove si spiega come recitare il rosario?Non ho capito molto ad essere sincero…
Rispondi
GiuliaM ha detto:
9 gennaio 2012 alle 00:33
http://www.santorosario.net/
Rispondi
lorenzo ha detto:
9 gennaio 2012 alle 11:04
Adesso mi sono convinto che, forse, sei sincero perché, nel leggere il tuo intervento di ieri, mi sono chiesto: come può un agnostico sapere come si recita il S. Rosario?
Forse, mi sono detto, quello “Sfidando” rivolto alla madre stava a significare che ti eri arreso alle sue insistenze: se è così, recitalo assieme a lei.
Invito tutti a pregare per te.
Rispondi « La storica Montesano: «l’Inquisizione? Questione protestante e rinascimentale»
Lascia un Commento
L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *
Nome *
Email *
Sito web
Commento
È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML:






Nessun commento:
Posta un commento