ESTERI
15/12/2011 - LA CRISI, LE NUOVE TENSIONI
Banche e Stati
La doppia morale della Merkel
La cancelliera tedesca Angela Merkel
+ Amato: "L'Ue di Merkel? Un Frankenstein"
FORSE TI INTERESSA ANCHE
+ Grecia nel caos, scontri e feriti Papandreou: "Non mi dimetto"
+ I fuori onda di Sarkò:"Merkel ci porta verso la catastrofe"
+ Grecia, è il giorno della verità Governo in Aula per la fiducia
+ Patto Merkel-Sarkozy: insieme per stabilizzare l’euro
+ La Francia: "Roma non credibile" Dopo l'Fmi anche la Bce alza il tiro
Frena sui prestiti Fmi
ma riattiva il fondo salva-credito
TONIA MASTROBUONI
TORINO
La filosofia di Angela Merkel non cambia: «Non ci sono soluzioni facili o veloci per la crisi del debito europeo», ha scandito ieri dinanzi al Bundestag. Il pronostico è che ci vorranno «anni» per uscirne. Ma con l’intesa scaturita dal vertice europeo della scorsa settimana «l’Europa si è imbarcata in un processo irreversibile per creare un’unione fiscale». E alla fine, con un controllo più severo sui conti pubblici il Vecchio Continente «non solo supererà la crisi», ma ne emergerà «più forte». Nella giornata di ieri, però, è emersa soprattutto la doppia morale di Berlino nei confronti degli Stati, della Bce e delle banche. Soprattutto delle proprie.
Anzitutto Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, ha respinto nuovamente le pressioni, stavolta dell’Irlanda, perché la Bce accetti il ruolo di prestatore di ultima istanza: «Non sono un fan» degli acquisti dei titoli di Stato, ha ribadito. Ma il banchiere centrale sta tentando anche di frenare sui 200 miliardi di euro che in base all’accordo europeo saranno dati al Fmi. La quota tedesca è di 45 miliardi: «Se non ci saranno le condizioni, non daremo la linea di credito», ha detto ieri. E nei giorni scorsi ha chiesto in una lettera al ministro delle Finanze tedesco di concedere quella quota solo se anche gli Usa e altri Paesi extraeuropei parteciperanno. La cancelliera ha sottolineato ieri di condividere questa tesi. E ritiene che le risorse debbano essere vincolate «a delle strette condizionalità». La Germania, dunque, fa capire chiaramente di essere contraria all’idea che possano servire in futuro ad aiutare un Paese europeo in difficoltà. Nei prossimi mesi è noto che potrebbero servire anche all’Italia o la Spagna, se la crisi precipitasse.
Il discorso rigorista della Merkel (con i rinnovati «nein» agli Eurobond e all’aumento della quota di 500 miliardi per il fondo salva-Stati) ha depresso nuovamente sia l’euro sia i mercati. La moneta unica è scesa sotto quota 1,30 e i rendimenti italiani hanno raggiunto una nuova vetta di 6,47% all’asta a 5 anni. Tra l’altro il capo-economista del Fmi, Olivier Blanchard, ha bocciato l’eccesso di rigore: va raggiunto «nel lungo termine», altrimenti uccide i Paesi. E la crisi europea, ha avvertito, rischia di travolgere «il mondo intero». Nel frattempo il presidente francese Sarkozy, secondo indiscrezioni del Canard Enchaîné, dà ormai per scontato che la Francia perderà la tripla A.
Ma le scudisciate di Merkel e Weidmann agli Stati che, per usare un’espressione cara a Berlino, devono imparare a «fare i compiti», a controllare i bilanci prima di essere degni di essere aiutati, sono sorprendenti. Proprio ieri il governo tedesco ha riattivato il fondo salva-banche Soffin. Si vocifera che Commerzbank potrebbe aver bisogno di essere salvata per la seconda volta in tre anni. E dagli stessi contribuenti tedeschi che la Merkel sta difendendo con le unghie e con i denti da eventuali salvataggi europei. Ed è lecito dubitare del fatto che Merkel chiederà a Commerzbank se ha fatto i «compiti a casa».
Nei giorni scorsi il colosso del credito ha smentito colloqui con il governo che dopo un primo salvataggio nel 2009 ne possiede il 25%. Gli analisti però dubitano che sarà in grado di accontentare le richieste dell’Eba. L’autorità di vigilanza finanziaria europea le ha chiesto di procurarsi 5,3 miliardi di «cuscinetto» ed è difficile che riesca a ottenerli senza aiuti statali. In sostanza Berlino è vigile sul rischio di «moral hazard» degli Stati, ma è cieca su quello delle banche. Un altro esempio clamoroso è lo strabismo nei confronti della Bce che da giovedì scorso sfiora l’ipocrisia.
All’ultimo governing council la Bce hanno deciso di aprire totalmente i rubinetti della liquidità creando anche condizioni favorevoli perché siano le banche ad avvicinarsi di nuovo ai bond statali. L’allungamento delle scadenze dei prestiti a 3 anni favorisce il cosiddetto «carry trade», il fatto che gli istituti di credito prendano prestiti dalla Bce al tasso ormai minimo dell’1% per comprare bond italiani o spagnoli al 5 o 6. Guadagnando dalla differenza possono comunque ridepositarli, poi, presso la Bce in cambio di liquidità. Un giochino che dovrebbe favorire sia prestiti alle imprese sia l’acquisto dei titoli. Purtroppo con le banche, come con i governi, non si sa mai. Ma non ditelo ai tedeschi.






Nessun commento:
Posta un commento