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martedì 6 dicembre 2011

De nobis ipsis silemus | Phenomenology Lab

De nobis ipsis silemus, suona il famoso adagio dei filosofi. De res agitur. E parliamone, allora della cosa. Del San Raffaele, anzi di un suo aspetto che continua a passare sotto silenzio, confuso nel fiume melmoso del disastro che ha travolto ma non sradicato la direzione della Fondazione San Raffaele e non ha finora toccato l’Università (la cui amministrazione è comunque separata e autonoma).  Parliamone finalmente, con il massimo possibile di onestà, di attenzione alle vite e alle motivazioni di tutte le persone implicate, e con un più di veglia critica rispetto a se stessi.

Primo fatto. E’ in corso da quest’estate una discussione, di cui si può trovare traccia negli atti dei consigli di Facoltà, che il corpo docente sta facendo sull’avvenire dell’Università (e naturalmente anche di quella parte della ricerca che è legata alle strutture dell’Ospedale). Se c’è un punto su cui i docenti si sono espressi in modo unanime, è la difesa della libertà di ricerca e di didattica, che è del resto l’altra faccia dell’eccellenza che al San Raffaele viene riconosciuta da questo punto di vista a livello internazionale. Altri punti su cui nessuno ha dubbi: che la crisi presente offra l’opportunità per un “rilancio dell’istituzione con progetti ad ampio respiro strategico che rinnovino l’identità dell’Università”. Che di questo rinnovamento debba far parte l’adozione di metodi di perfetta trasparenza nella comunicazione e nella determinazione delle decisioni. Che venga approfondita la caratteristica interdisciplinarità che già ci distingueva, con filosofi e psicologi impegnati nella sperimentazione e nelle discussioni dei risultati a fianco di neurobiologi e medici. Che persista la necessità di unità inscindibile con l’ospedale, perché come attuare altrimenti la ricerca di laboratorio, di base e clinica. Finora mi sono limitata a parafrasare i verbali delle Facoltà. Ma c’è un altro fatto, e se vogliamo parlare con onestà occorre che la pubblica opinione ne sia al corrente. “Facile” – hanno obiettato alcuni – fare buona ricerca avendo una pioggia di denari sempre assicurata, per vie diritte o torte. Falso: non una lira, a quanto mi è dato sapere, viene alla ricerca da altre fonti che quelle note a tutti coloro che fanno e si fanno valutare progetti: i finanziamenti internazionali e (in minor misura) nazionali cui si accede mediante competizione e valutazione. “Comodo” – hanno obiettato altri – far carriera in un posto che si considera una “famiglia”, e dove si avanza per fedeltà e non per meriti. Falso. A quanto mi è dato sapere, cioè per quanto riguarda l’Università, non c’è stato mai altro criterio che quello della bravura: in misura molto superiore – a quanto mi dicono – rispetto a quello che purtroppo avviene nelle università statali. “Malata da sempre, la creatura faraonica di don Verzé” - hanno scritto altri, perché malata di orgoglio luciferino,  abitata da “biologi faustiani” e “profeti di un cristianesimo antichiesastico e antidogmatico” – mah, chissà se questa è una malattia.  Perduta, questa creatura fondata nel 1996 “con l’ambizione di superare la contrapposizione moderna fra sapere scientifico-tecnico e sapere  umanistico-filosofico”? Vero. Vera l’ambizione, e credo si possa esserne orgogliosi. Una “melassa di libertarismi pseudo agostiniani”? Mah. Quanto “devoto” livore per commentare la frase più bella che ho sentito dire a don Verzé: “non cerco credenti, ma pensanti”.

Ma ora basta con le premesse fattuali. C’è una domanda enorme che riguarda ognuno, in questa nostra Italia declinante e inginocchiata nel fango. Una domanda che riguarda tutte le coscienze, e ancora di più, fra gli universitari, grava sugli eredi di Socrate che su quelli di Ippocrate. Come è possibile che tanto bene reale e virtuale – clinica d’avanguardia, ricerca medica, biologica, psicologica, forse anche filosofica, di grande qualità e soprattutto sempre sovrana nella sua libertà, e  anche abituata ai duri standard della competizione e della valutazione dei risultati dei singoli e delle équipes – sia fiorito nell’abbraccio mortale con tanto male? Come ha potuto essere fondato, come dice Merlo, non soltanto su “una corruzione enorme”, e neppure soltanto, come giustamente sottolinea, sull’accoppiata tutta italiana di mammone e del Padreterno, ma sul fondamento di quanto di più terribile c’è nei geni del nostro Paese, la confusione di Padre e Padrone? Chiedo “come ha potuto” perché da un lato questa confusione e la fenomenologia che Merlo descrive è quanto di più incompatibile ci sia con l’anima profondamente illuminista e radicalmente, direi spietatamente liberale, della ricerca. Anche di quella umanistica, che all’intolleranza per l’ingiunzione senza ragione e per l’oscurità delle logiche consortili aggiunge il tema profondissimo della responsabilità personale di ogni atto e di ogni cosa detta, e la divisa della veglia critica nei confronti delle proprie stesse pulsioni oscure. Merlo parla di “seduzione”, di cui sarebbero stati vittime molti che hanno creduto e sono “caduti nelle panie”. Eppure: non ci sarà una sorta di troppo sottile giustificazione, in questa immagine delle panie? E’ questa la domanda che io credo dobbiamo porre a noi stessi, anche e soprattutto se abbiamo ragione di considerarci vittime e non complici di quella terribile confusione di cui ho detto – se poi le indagini in corso confermeranno che l’immagine più triste del fondatore del San Raffaele, quella che compare sulla stampa di questi giorni, è proprio quella più vicina al vero. Questo io chiederei – e forse non da ora chiedo – a tutti noi, che infine di questa meravigliosa giovinezza che è la ricerca vera, e di questa vera religione che è l’indagine nelle profondità dell’umano, abbiamo avuto il privilegio di vivere. A noi, che dal pensiero che scienza e sapienza dell’umano potessero quotidianamente incontrarsi abbiamo ricevuto linfa e nutrimento. E che riconosciamo con dolorosa gratitudine da dove, da chi, ci viene questo pensiero, o almeno la possibilità di metterlo in pratica. Questo chiederei: quanto ha potuto giocare nella nostra ignoranza del lato oscuro il rinvio ingiustificabile del nostro primo dovere, quello di chiedere e dare ragione, sempre? Di chiedere trasparenza, e di applicarla, sempre? Quanto agli altri, agli amministratori, e quanto anche a noi stessi si applica il detto che non c’è servitù se non volontaria, o almeno che anche l’opacità delle decisioni ultime, dove è subita, è  volontaria? Oggi non c’è altra salvezza per questo bene, la ricerca, l’università, l’eccellenza e la libertà,  che nella nostra prontezza a scindere il riconoscimento della paternità di un’idea e della sua forza, dall’acquiescenza all’oscurità dei metodi consortili della “padronanza”. Scrisse per ben altra occasione Piero Calamandrei che “sotto la morsa del dolore e della vergogna gli indifferenti…(si sono risvegliati) alla ribellione  contro la propria cieca e dissennata assenza”. E io se potessi vorrei proprio chiederlo, anche a chi vede oggi pendere sul proprio capo accuse infamanti (accuse tuttavia, ricordiamocelo, non ancora condanne), e, come apprendiamo oggi, “se ne assume tutta la responsabilità”: quanto male abbiamo fatto noi,  anche a lei, don Luigi, a non chiedere abbastanza ragione e chiarezza, e anzi verità – che è uno dei nomi di Dio – e, in mancanza di una risposta, a non dire “no”?

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This entry was posted on sabato, dicembre 3rd, 2011 at 14:07 and is filed under Eventi, Fenomenologia e altri saperi, News, Pensando a ciò che accade.... You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed.

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