"L’aspetto ontologico e l’aspetto gnoseologico si intrecciano di continuo nella analisi del male. Il classico retaggio agostiniano negava la sostanzialità del male, attraverso la nota definizione di “ne-quitia”, da “ne quicquam” ( chiamata tale perché non è nulla ). Pure, la filosofia morale e la ontologia hanno dovuto arrendersi alla evidenza del male nella storia, sino a investigarne la genesi e le implicazioni nelle “pieghe dell’anima umana”.
Psicoanalisi e psicologia analitica eccedono in questo sguardo, a ridosso delle tragedie storiche moderne e contemporanee. Voltaire satireggiava la dottrina del migliore dei mondi possibili attinta a Leibniz e al “Essay on Man” di Alexander Pope, sia nel “Candide”, romanzo filosofico contrario al Dottor Pangloss e alle sue dottrine ingenuamente ottimistiche, sia nel “poema sul disastro di Lisbona”, originato dal Terremoto del 1° novembre 1755, che contava almeno 3000 morti. Non è vero che “Tout est bien”, disse Voltaire. Il male esiste ma non sopprime la pietas.
Parasfrasando La Rochefoucauld e i moralisti francesi del Seicento, Voltaire anzi aggiungeva: “Quelli che dicono che questo ritorno d’umanità non sia che un ramo del nostro amor proprio fanno molto onore all’amor proprio. Si chiamino la ragione e i rimorsi come si vuole, essi esistono e sono i fondamenti della religione naturale” ( Il sommo male, a cura di Enzo Cocco, che raccoglie “a specchio” anche il Poema sulla legge naturale del 1751 , edizioni Il Ramo, 2011 ). Lo stesso Kant, nel saggio La religione nei limiti della sola ragione ( Bari, ed. italiana, 1980 e, con testo a fronte, Rusconi, Milano 1996 ) aveva adottato la teoria del “male radicale”, in quanto connessa al “peccato originale”. Ma, più tardi, non sarà esente da una critica esercitata da Gustaw Herling, assertore, piuttosto, dell’idea di “male assoluto” ( Un mondo a parte, 1951, Bari 1957 e Feltrinelli, Milano 1994; Diario scritto di notte, Milano 1992; L’isola, Mondadori 1994; Ritratto veneziano, Feltrinelli, 1995 con i due racconti La torre – Il miracolo, anticipati da Scheiwiller, 1990; Conversazione sul male, a cura di Emma Giammattei, Napoli 2000 e vari altri luoghi ).
Da parte sua, Sigmund Freud “falsificò”(per dir così) se stesso, all’altezza del 1920 e degli esiti del primo conflitto mondiale, elaborando la dottrina del principio di morte ( Thanatos), con Al di là del principio di piacere, inaugurando una indagine che conosceva interni approfondimenti e sviluppi, anche originali e comprensivi, con Marie Bonaparte e soprattutto Erich Fromm, da Fuga dalla libertà ( Escape from Freedom) del 1943 alla Anatomia della distruttività umana del 1975. Notevole ampiezza di prospettive apriva, da parte sua, Hannah Arendt, con la dottrina della “banalità del male” ( Eichmann a Gerusalemme, 1963 ): tesi ripresa nella “immagine dell’inferno” (1946), L’umanità in tempi bui. Riflessioni su Lessing (1968) nella Antologia ( Feltrinelli, 2006, pp. 49-56 e 210-234) e in Due lettere sulla banalità del male con G. Scholem ( 23 giugno 1963 – 24 luglio 1963 ), là dove l’allieva di Heidegger chiariva: “ Oggi, il mio parere è che il male non sia mai ‘radicale’ , che sia solo ‘estremo’ e che non possieda né profondità nè dimensione demoniaca. Esso sfida il pensiero, come ho detto, perché il pensiero cerca di attingere alla profondità, di pervenire alle radici, e dal momento in cui si occupa del male, viene frustrato perché non trova niente. E’ qui la sua banalità”. Dove è evidente il sovrapporsi del piano ermeneutico o goseologico su quello tragico e realistico della storia. A tal proposito, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, Croce aveva sostenuto con il saggio L’Anticristo che è in noi che il male esiste bensì ma sotto specie di una “tendenza della nostra anima” con riprese tragico-pessimistiche all’altezza della Fine della civiltà (1946). L’ermeneutica del male che legittimamente ne è stata fatta derivare si raccoglie nell’assioma: “ Il male è sempre lo stesso; è il bene che si diversifica perché è creativo” ( Cesare Garboli e chi scrive nel quarantennale crociano ). E sono poi gli stessi anni di George Orwell “1984” ( datato al 1948), con le traslucide attualizzazioni della “neolingua”: War is Peace – Freedom is Slavery – Ignorance is Strenght ( per noi: Illegality is Legality – Autonomy is eteronomy- Guarantee is Pain ).
Nella postmodernità, allora, il problema del male sembra confermarsi e complicarsi: il male si fa più astuto, complesso, settumplice ( come lo definisce Luca), ben lungi dalla declinazione debole della umiltà del male ( Franco Cassano). L’icona che evidenzia il doppio del male può essere ancora “Il doppio drago di Bamberga” ( v. Il circolo cromatico di Goethe e altre note di estetica, Bari 2005 ). Stragi, violenze urbane, fondamentalismi e terrorismi, necrofilia e pulsioni di morte, autodistruttività, genocidi, sembrano enormi manifestazioni del male.”La libertà è eterna vigilanza” ( Karl Popper; Benedetto Croce ). “Il male non finisce le sue opere” ( Antonio Rosmini ). Timore e tremore ( Soren Kierkegaard). Come Pico della Mirandola aveva intuito nella Conclusiones nongentae, la strana via segreta della Cabala portava a rivisitare il 1994 come epoca della fine virtuale dei tempi: Ma questa assai impervia lettura, qual senso mai poteva serbare per la stagione moderna e contemporanea, se non della “virtualità” del male, della sua incubazione prima che del suo adempimento ? Tentai questa via nelle Ipotesi su Pico ( 2001-2011), ancora nel Sogno di Castorp e il progetto di Pico (2009) e La profezia e la ipotesi, rintracciando il 2flebile lume” che è formato dalla dialettica delle passioni, trepidante trait d’union tra l’orizzonte prospettico della previsione e il profilo globale della profezia. Timore e speranza, audacia e cautela, prudenza e ardimento caratterizzano l’aspettazione del male, prefigurandone questa volta sì “umilmente” le tappe".







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