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martedì 6 dicembre 2011

Apocalisse sociologia « Neurobioblog

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Certo, ascoltare o leggere le notizie, gli interminabili, ossessivi commenti sull’ “orlo del baratro” di questi giorni si direbbe che il 2012 sarà davvero l’anno dell’apocalisse. Se non arriva dal cielo come asteroide o dalla terra sotto forma di cataclisma, arriva dalle banche e dal modo fallimentare di gestire la cosa pubblica. Niente soldi, niente lavoro, niente pensioni. Magari meno cure per tutti. Il crollo dello stato sociale.

La catastrofe economica e sociale viene paventata e cresce l’ansia, l’angoscia. Addirittura il terrore e la depressione di chi è già immerso fino al collo nei problemi. Eppure le crisi, senza analizzarne qui ragioni e colpe, sono cicliche nella vita individuale e collettiva. Chi si è inventato l’idea della fine del mondo, caricandola di simboli e significati occulti, ha colto creativamente un elemento comune a tutta l’umanità. E’ la ragione principale per cui l’idea di apocalisse continua a sedurre la mente di molte persone, anche della nostra epoca.

Però, rispetto a quella Maya, faccio una previsione. A ridosso di Natale 2012 i giornali usciranno con il seguente titolo: “L’Apocalisse? Rimandata!”. E, fatti salvi i soliti guai che funestano l’esistenza terrena (malattie, crisi economiche e sociali, disastri atmosferici e geologici, attentati, crimini e delitti), potremo di nuovo brindare con lo spumante – sono certo verrà messo in produzione – con l’etichetta “Apocalisse 2012”. Per la gioia degli intenditori e dei collezionisti di vini.

Prima che, tra poco più di un anno, la nefasta data sarà superata, conviene interrogarci sul perché la mente umana abbia bisogno di nutrire idee apocalittiche. Me lo sono chiesto nel servizio “La sindrome dell’apocalisse” pubblicato da Mente & Cervello di questo mese, interrogando antropologi, psicologici, filosofi, psichiatri, storici delle idee e delle religioni. Tutti più o meno interessati al tema dell’apocalisse come motivo ricorrente nella storia del pensiero umano. Almeno dai primi secoli della cristianità fino ad oggi.

La novità attuale è che l’apocalisse si è fatta Maya. Si è fatta laica, new age, mercantile. Nel senso che, con la scusa del calendario Maya che fisserebbe la data finale di questo ciclo terreno al 21 dicembre 2012, da almeno dieci anni a questa parte c’è tutta un’industria del catastrofismo che è fiorita ed ha prosperato sulle ansie e sulle paure apocalittiche.

C’è del resto, in ognuno di noi, chi più chi meno, la fascinazione non solo del male, ma anche del disastro, dell’incidente, della catastrofe. La gente si ferma al bordo della strada quando c’è un incidente. Le trasmissioni tv ed i giornali insistono per mesi e mesi, se non per anni, sui delitti efferati ed irrisolti. Le immagini di alluvioni, terremoti, attentati, catastrofi, vengono fatte circolare e trasmesse all’infinito, sempre con successo di pubblico. Quando si vuole criticare tutto ciò, si dice che solletichi il lato oscuro e morboso dell’essere umano. In realtà c’è di più, o almeno di diverso.

C’è il confrontarsi con realtà drammatiche mentre chi le osserva si sente protetto e preservato dall’onda distruttiva del male. “Io sono ancora al sicuro”. Un po’ come quando si va ad un funerale, pensando che noi si è ancora vivi a questo mondo. L’abbiamo scampata un’altra volta. Nell’apocalisse c’è invece la fascinazione della distruzione totale. “Muoia Sansone con tutti i filistei”. C’è la medesima spinta che avvertiamo quando vorremmo fare piazza pulita di tutto. Azzerare le lancette dell’orologio della storia, per ricominciare daccapo. C’è, dicono gli studiosi del pensiero apocalittico, un senso di rivalsa, misto a valenze di tipo paranoide, verso tutto ciò che avvertiamo di sbagliato, corrotto ed ingiusto a questo mondo.

Riporto qui di seguito le domande rivolte agli studiosi interpellati con la parte delle risposte non comparse all’interno del servizio pubblicato dal numero di Mente & Cervello di questo mese.

Trova che le idee apocalittiche riferite ad esempio a disastri naturali, ecologici, sociali o economici, siano “attualizzazioni” della idea ricorrente di Apocalisse?

Risponde Gabriele Boccaccini. Formatosi in Italia alle Università di Firenze e Torino, Gabriele Boccaccini dal 1989 lavora negli Stati Uniti dove è professore ordinario di giudaismo antico e origini cristiane al Dipartimento di Orientalistica della University of Michigan. Si occupa di letteratura apocalittica antica in ambito giudaico e cristiano.

«L’idea di Apocalisse vuole essere una risposta “in positivo” al problema del male ed esprime il desiderio profondo in un futuro di pace. Ma per alimentarsi e rafforzarsi l’idea di Apocalisse ha bisogno di una sottolineatura costante del “negativo”, che è ciò che ne “dimostra” la necessità e l’urgenza. Da qui l’ambivalenza con la quale si guarda agli eventi “negativi”: con orrore ma anche come segni incoraggianti (e quindi desiderabili) dell’imminenza della fine. Poiché il loro ripetersi e accentuarsi avvicina la fine, ne nasce quasi una fascinazione, che fa collegare ogni forma di “male” che avvenga a livello planetario, sia essa una catastrofe naturale o un evento causato dall’uomo, ad un unico e necessario processo degenerativo. In situazioni estreme tale fascinazione può spingersi fino al desiderio patologico di “provocare” il conflitto e la distruzione per avvicinare la fine. Il terrorismo, nelle sue molteplici espressioni, si nutre dell’idea apocalittica che per ottenere la catarsi finale si debbano alimentare e far esplodere i conflitti nella loro massima intensità. E’ la mentalità del tanto peggio, tanto meglio, cara ai fondamentalismi religiosi e politici. Non vi è redenzione senza un bagno di sangue e lo sterminio del male. Laddove le religioni e i movimenti politici falliscano nel prospettare forme di mediazione e di progresso graduale, allora viene meno la speranza nelle capacità di trasformazione del progresso umano e l’apocalittica scatena tutta la sua forza distruttiva e nichilistica».

Risponde Daniele Tripaldi, ricercatore del Dipartimento di filologia classica e italianistica dell’Università di Bologna.

«Credo che questa nuova ansia di “apocalisse” ben si spieghi sulla base del percepirsi in un fase di crisi sociale e culturale che investe la loro stessa identità da parte, come in passato, di movimenti, gruppi o individui. La crisi economica e ambientale, le emergenze alimentari e i conflitti, le nuove forme di imperialismo e la crescente complessità etnica e culturale delle società occidentali, sentita come minaccia alle proprie radici, alla propria identità originaria, alimentano il senso di un supposto sfacelo dell’umanità e per converso l’aspirazione a, se non la certezza di, un rinnovamento cosmico che la liberi da ogni suo male. Nello specifico caso, si aggiungano le interpretazioni più che discutibili dei cicli del calendario Maya, ed ecco emergere il nuovo calendario della fine, né il primo né forse nemmeno l’ultimo della storia.

Certo che si tratta quindi di “ammodernamenti” dell’idea di apocalisse. Come dovrebbe essere ormai chiaro, non è possibile pensarli separati. Piuttosto, i disastri di cui lei parla vengono interpretati come segni stessi della fine, cioè come prove indirette che dimostrano che il vecchio tramonta e il mondo sta finalmente correndo al suo rinnovamento. Svelando la realtà “vera” celata sotto la maschera della propaganda dei gruppi di potere, fondano e legittimano così “razionalmente” l’ansia e l’attesa stessa di una “apocalisse”».

Risponde Marco Zanasi, neurologo, psichiatra, psicologo analista, docente di Psicoterapia all’Università Tor Vergata di Roma

«Penso che la questa ipotesi sia molto vera. Qui entra in funzione una qualità specifica del nostro cervello, che potremmo definire di “ricerca del senso”: il cervello infatti è stato plasmato dalla selezione naturale per agire come una “macchina sensificatrice” che cerca sempre nessi, concordanze e ricorrenze nei dati provenienti dagli input sensoriali per costruire una rappresentazione il più possibile coerente del mondo; questa caratteristica era indispensabile per la sopravvivenza; ad esempio, scoprire nella trama indifferenziata del fogliame che alcune macchie apparentemente casuali erano invece il manto di un leopardo certamente permetteva di non essere mangiati. È per questo che noi tendiamo sempre a cercare di dare senso a quello che osserviamo, e ciò consente di spiegare eventi che sono al di là della comprensione umana. Seguendo Heidegger, possiamo affermare che siamo gettati in un mondo senza senso, l’angoscia ci appartiene dal primo istante della nostra esistenza, in quanto fin dal nostro primo respiro noi siamo gettati nel “nulla” della nostra esistenza. E qui il nulla non allude ad una svalutazione del valore della vita, bensì al fatto che non siamo a fondamento della nostra esistenza, non ne siamo padroni, non ne possiamo disporre. Nel tentativo di spiegare e dare un senso, inseriamo l’inspiegabile (terremoti, tsunami, crisi sociali ed economiche, ecc.) in un sistema di riferimenti escatologici, e questo ce li fa apparire meno disperatamente insensati».

Perché, dal suo punto di vista e in base ai suoi studi, l’uomo concepisce ed ha bisogno dell’idea di “fine del mondo”?

Risponde Claudio Neri. È psicoanalista e psicoterapista di gruppo, professore ordinario della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università “La Sapienza di Roma”. Claudio Neri è inoltre direttore della rivista scientifica on line Funzione Gamma (www.funzionegamma.edu) dell’Università La Sapienza di Roma. Funzione Gamma esce in italiano ed inglese. Ha pubblicato Gruppo presso l’editore Borla di Roma. Il libro successivamente è stato tradotto in inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese.

«La capacità di dare valore alle vita ed all’operare umano di un individuo o di una comunità non si mantiene sempre ad uno stesso livello. Essa deve venire rinnovata, tramite l’attraversamento di “apocalissi culturali”.

Il significato dato al termine “apocalisse” nel linguaggio corrente ne mette in luce un solo nucleo: quello relativo alla “fine del mondo”. Ed è così che usualmente s’è finito con l’identificare l’apocalisse con la “fine del mondo”. Il significato originario ed etimologico di apocalisse, invece, contiene anche un momento fortemente evolutivo e di rinnovamento. Apocalisse (Aponà lupis o Revelatio) indica la “caduta dei veli” e la entrata in contatto con un “annuncio segreto svelato (dunque trasmesso) da fonte divina”. L’impiego, da parte di Ernesto de Martino, del termine “apocalisse”, specialmente nella precisazione “apocalisse culturale, recupera il significato originario. L’apocalisse culturale è una crisi comunitaria, che contiene in germe la rivelazione di un nuovo mondo e di un’esistenza migliore.

La dinamica delle “apocalissi culturali” presenta dunque la possibilità che attraverso una serie di passaggi si arrivi ad una condizione nella quale il mondo non soltanto è nuovamente fruibile, ma risulta anzi rinnovato. È un rinnovamento che riguarda lo stare al mondo ed investire di interessi ed affetti il mondo».

Risponde Gualtiero Harrison, professore di antropologia culturale all’Università di Modena.

«Il sapere del futuro si potrebbe definirlo “potere supratemporale”: come in una sua lezione propose un mio collega universitario a Modena. Nella cultura greca arcaica, aggiungeva Cristiano Grottanelli, tale sapere non aveva uno statuto totalmente autonomo, rappresentava piuttosto l’aspetto umano di quel sapere divino che era “cognizione del presente, del passato e del futuro”: una conoscenza “speciale”, quindi, il cui oggetto era fondato sul “in-tendere il ritmo cosmico”; e fatto pertanto di “rapporti costanti” che venivano significati da “indizi” di difficile lettura. Per accedere a tale sapere, nella cultura delle società greche, come in modo analogo in quelle del vicino Oriente antico, si sono costituite le “tecniche” della divinatio di competenza di certi specialisti della “ricerca umana del sapere divino” che esercitavano il loro check-up vagliando e gestendo i fenomeni del sogno e della trance: quasi a revisione delle verifiche e dei significati.

«A proposito gli storici delle religioni differenziano la “divinazione” dalla “profezia”: che invece consiste nel “irrompere di messaggi divini nel mondo umano ad opera di quei messaggeri umani che sono i profeti”. Insomma: se la divinazione serve a rispondere a domande umane, ricorrendo al sapere divino sul futuro, la profezia è rivelazione d’un progetto divino che viene comunicato “a chi non la domanda”. Come che sia – e poiché le apocalissi sono “cicliche” e “periodiche”: perché per ognuna s’è ripetuto quel che ci suggerisce uno dei massimi paleontologi evoluzionisti, Stephen Jay Gould: “ogni volta, com’è sempre nella storia del pensiero apocalittico, il momento designato trascorre e la Terra sopravvive” (1997) – ancora al dì d’oggi siam qui ad attendere un nuovo – e stavolta esotico – “momento designato”.

«Anche se il maggiore romanziere siciliano contemporaneo ha detto che “finché c’è morte c’è speranza”: e venga quindi il cataclisma, se ha da venire; l’esperienza delle ricerche antropologiche però sembra indicare, al contrario, che è proprio la mancata materializzazione d’un futuro atteso, quando cioè le situazioni sembrano “senza speranza”, a far sorgere trascendendo le tradizioni delle singole culture umane, simili aspettative, diffuse e condivise, l’incombere d’una imminente conclusione dell’ordine temporale attuale. In Occidente s’è chiamata apocalitticismo la dottrina su cui si sarebbe costituita la teorizzazione sulla “fine del mondo”. L’Apocalisse cristiana, però, non indica la morte dell’umanità, ma a conclusione dell’ordine attuale, l’arrivo del Figlio dell’Uomo e l’avvento del suo Millennio, e quindi la disfatta del Malvagio ed infine il premio eterno che i giusti otterranno con il Giudizio Universale a sancire, così, il loro ritorno alla casa del Padre. Ma che cosa intendeva, in ogni caso, il Principe scrittore riferendosi alla “Morte”? In questa sede non inizierò nemmeno ad avvicinarmi ad un proposito, che sarebbe delirante, di contribuire alla costituzione di una “tanatologia culturale”: d’uno studio sulla morte, cioè, in grado di mettere a fuoco, su basi comparative, le varie teorizzazioni su di essa nelle diverse culture che dipendono dal trattamento che ogni società ha deciso di darle: e quindi “rappresentazioni e cerimonie mortuarie” e “riti di lutto”, “forme del morire” e “concetti e immagini di immortalità”.

«Tutte insieme queste innumerevoli verità rivelate d’un futuro – ma che sono anche d’un passato – potrebbero ricondursi ad un comune inquadramento delle esperienze individuali nelle forme del ricordo in ogni particolare “memoria culturale”che – come dice l’insigne egittologo Jan Assmann (2002) – raffrontate alle radici storiche del passato collettivo “gettano un ponte negli spazi e nei tempi dell’Aldilà”. La morte del cataclisma apocalittico del Medio Evo era quindi “la morte come ritorno a casa”; e quello sperato o promesso dalla cultura maya? È sempre lo stesso ponte che ci fa transitare dalla finitezza alla infinità? Ed è solo perché siamo “ancora” mortali che, per usare una espressione di Hans Jonas, “contiamo i giorni ed i giorni contano”?

«Nell’impatto erosivo del tempo Tomasi di Lampedusa con un diretto omaggio heideggeriano ci invitava alla consapevolezza della nostra mortalità. Ma che ne è successo di questo “vivere-per-la-morte” nella attualità della nostra esistenza che ha cancellato ogni traccia della nostra mortalità -niente funerali e altri riti di partecipazione, niente cerimonie di sepoltura, niente lutti, niente siculi pranzi del consolo, solo gli incredibili applausi della folla cittadina al passaggio della salma, rigorosamente ripresi dai vari telegiornali.

«Si perpetua il contenzioso che dall’ultimo decennio del secolo scorso tocca alti livelli scientifico-accademici tra la scuola di medievistica francese, per la quale il Mille-e-non-più-Mille sia in gran parte frutto di una leggenda romantica del XIX secolo, e quella anglosassone che, a seguito di aggiornate ricerche, ritiene di poter insistere sul formarsi d’un terror panico medievale del millennium ad avere, da allora, alimentato di timori e di inquietudini l’immaginario collettivo occidentale. Limitando solo ad un paio gli esempi: se il grande storico francese Georges Duby afferma che “l’unica testimonianza medievale di cui ancor oggi si dispone è quella di un monaco dell’Abbazia di Saint Benoit-sur-Loire” che raccontò di alcuni preti che nella Parigi del 994 predicavano la “distruzione imminente”; a contrasto c’è il bostoniano Richard Landes che ritiene possa dimostrarsi come le opere d’un altro monaco dell’VIII secolo – l’erudito inglese Beda – fossero già state ampiamente copiate e distribuite “tra i cronografi di tutta l’Europa”; e da allora le implicazioni millenaristiche sull’avvento dell’anno Mille si sarebbero così divulgate “tra tutti i ceti sociali”.

«La corsa al disastro sarà stata accelerata, ai nostri giorni, dallo sfruttamento industriale, dalla cupidigia capitalistica, dall’esplosione demografica, e da chissà che altro ancora. Siamo al momento in cui la valanga arriva nella valle, ma essa si è formata assai prima: quando l’uomo ha addomesticato gli animali e ha dato fuoco ad una foresta, per trasformarla in un campo coltivato: insomma, proprio perché ha potuto creare cultura, l’uomo ha sempre inventato una nuova natura, avendo distrutta quella precedente. Non penso di proporre il tema di quel che è stato chiamato il prezzo della civiltà: per cui la “cultura” inevitabilmente può farsi solo violentando la “natura”; e neppure intendo affrontare quell’altro così caro a certi neo-naturalismi nostalgici, arcaicizzanti, ed anti-tecnologici che polemicamente assegnano ad una sedicente “coscienza ecologica” il ruolo del pubblico ministero nel processo al mondo della scienza e della tecnologia. Perché finirei collo spostarmi a trattare l’argomento – limitrofo ma diverso – della fuga deresponsabilizzante: come Gilberto Mazzoleni ha chiamato la tendenza di fine millennio verso “una evasione nel metastorico”, quando nella sua ricerca ha scoperto “vere e proprie comunità religiose più o meno clandestine, aggregate da progetti utopici ed evasionisti” Alla fine dello scorso secolo, sono stati individui che alla ricerca di un nuovo senso per l’uomo nella (ri)scoperta della natura, e per un omaggio all’antimodernità, “si chiamavano fuori dal mondo tecnologico e urbanizzato”: hippies degli anni Sessanta e reduci del Vietnam, esponenti della razzista Arian Nation e cultori di spiritualismo New Age, transfughi della Silicon Valley e membri di sette neocristiane o di ispirazione orientale” (1996).

«Per la verità di questa storia, Platone e molti altri filosofi l’avevano detto già, ai loro tempi, che altre “ere” erano trascorse -“molte migliaia di ere” - da quando era stato ultimato “quel periodo primitivo in cui fu creato il mondo”: per usare le parole di un padre della Chiesa del IV secolo. Però questi filosofi, Lattanzio li dice, “ignoranti dell’origine di tutte le cose”, perché erano come li chiameremmo oggi degli “idiots savants della civiltà occidentale”: grazie a una loro misteriosa superiore capacità, infatti, non ostante non fossero “istruiti alla conoscenza della verità delle sacre Scritture” – che fanno edotti su “l’inizio e la fine del mondo” – ne avevano enumerato a migliaia di tali avvii e di tali conclusioni. E hanno così anche anticipato il sapere degli scienziati della natura nella nostra contemporaneità che ci propongono di mutare l’immagine darwiniana dell’evoluzione la cui storia non sarà più un dispiegamento lento e graduale, ma invece una serie di equilibri omeostatici perturbati episodicamente da eventi di rapida speciazione; e Stephen Jay Gould ha chiamato queste Strutture del tempo gli “equilibri punteggiati”.

«Nella crisi ecologica – come a me pare – tendiamo invece a collocarci tutti nella prospettiva del post-moderno: come se fossimo alla conclusione di un’epoca, ed ancor più – giustappunto – alla fine di un mondo, che non riusciamo ormai neanche a cogliere, se non per frammenti: perché la sua realtà appartiene, a questo punto, al nostro vecchiume. Ed ogni certezza è divenuta ormai desueta: a cominciare da quella che fu fondante per il pensiero della modernità, quando sostenne che si potessero sostituire le categorie naturali con categorie sociali attraverso l’affermazione del primato dei “rapporti sociali di produzione”. Una nuova etica ambientale – di cui tanto dovremmo sentire la necessità – dovrebbe essser capace di donarci la “capacità di rinuncia”, e quindi anche la nostra “arroganza antropocentrica”. Dalla Rivoluzione Copernicana abbiamo appreso che la terra non sta collocata al centro dell’Universo; pensiamo però ancora che l’uomo – l’anthropos - stia al centro del Mondo, un possedimento che gli appartiene. Dobbiamo allora imparare che la Terra non è nostra, non è nata con noi, non si è evoluta insieme a noi: fa parte di un universo ancor meno nostro, di cui occupiamo un angolo qualsiasi».

Risponde Marco Zanasi, neurologo, psichiatra, psicologo analista, docente di Psicoterapia all’Università Tor Vergata di Roma

«L’idea percorre la storia dell’umanità da sempre; in quasi tutte le mitologie e cosmogonie vi è sempre il tema di un evento apocalittico che segna la fine del mondo: la cacciata dall’Eden, il Kali Yuga Indù, il Ragnarok della mitologia scandinava, l’Apocalisse, il Giudizio Universale.

«In realtà questi eventi apocalittici non rappresentano semplicemente una fine sic et simpliciter, ma preludono piuttosto a un cambiamento, a una cesura nella storia, ad una trasformazione del mondo e allo stabilirsi di un’età dell’oro. Si tratta quindi non di un termine, una fine, ma di un rinnovamento, un eschaton. Come sappiamo,la mitologia rappresenta una via maestra per la comprensione della psiche profonda: miti, teogonie, concezioni religiose, sono la trasposizione su un piano esterno di immagini primordiali; prodotte da strutture psichiche funzionali, omologabili agli istinti degli animali, che sono vere e proprie configurazioni a priori della mente (gli archetipi), questi, tramite le immagini simboliche, governano e rappresentano i temi fondamentali dell’esistenza umana.

«Ogni mitologema, ogni rappresentazione religiosa, ogni storia, rappresenta, in chiave metaforica, qualcosa dell’uomo, una sua parte nascosta, un suo tratto specifico, che proprio per il suo essere inconscio, viene proiettato all’esterno sulle raffigurazioni mitologiche e religiose; queste sono la personificazione di tali aspetti oscuri della psiche altrimenti inaccessibili all’orientamento logico-verbale della coscienza.

«Sulla base di quanto detto prima, siamo probabilmente di fronte ad un tema archetipico imperniato sulla paura della morte. L’uomo è l’unico vivente che sa di dover morire; a differenza degli animali che sono congelati nell’hic et nunc, l’uomo è consapevole del tempo che lo avvicina inesorabilmente alla propria fine individuale. Nell’immaginario dell’umanità, il processo dominante, come ipotizzato da Durand, è quello di rappresentare, figurare, simbolizzare gli aspetti del Tempo e della Morte allo scopo di dominarli/reprimerli. L’idea di una fine che non sia una fine, ma un nuovo inizio, rappresenta, quindi, una difesa contro l’insensatezza della morte.

«Il riemergere attuale di questa antichissima determinante archetipica, è probabilmente legato ad un meccanismo di compensazione: a fronte di un mondo ipertecnologico, secolarizzato, impoverito dei repertori simbolici tradizionali che hanno accompagnato da sempre l’umanità nella sua lotta contro la Morte, emergono fattori di compensazione in forma di un recupero di aspetti mistici, esoterici, antitecnologici, escatologici».

Risponde Paolo Portone, storico delle idee di “confine” e autore di L’ultimo sigillo. La fortuna dell’Apocalisse (Gruppo Editoriale Castel Negrino, 2011)

«Cosa s’intende con il termine apocalisse? Qualche anno fa, una nota esperta di patristica si domandava come mai alla sorprendente fortuna del termine apocalisse non corrispondesse, in realtà, una conoscenza esatta del suo significato. Anche negli ambienti specialistici, la studiosa lamentava una persistente confusione fra l’Apocalisse canonica, con “l’A maiuscola”, nel suo originario senso di rivelazione delle cose future, dal greco apokàlypsis, e la sua derivazione nell’accezione comune come sinonimo di catastrofe “apocalisse con l’a minuscola”.

«Ma cosa ha prodotto questo fraintendimento? Senza dubbio la sua scarsa conoscenza, specie in ambito cattolico, tradizionalmente poco avvezzo ai testi sacri; la scarsa familiarità con lo scritto profetico attribuito a Giovanni ha avuto un peso decisivo come, d’altro canto, alla sua comprensione non hanno giovato né la ridotta utilizzazione nella liturgia romana, per non parlare di quella ortodossa, dove è addirittura assente, né le questioni esegetiche, originate dal linguaggio oscuro tipico degli oracoli, e la congerie di interpretazioni che ne sono derivate, spesso in contrasto tra loro. All’origine dell’uso improprio dell’Apocalisse sarebbe dunque la natura stessa, ambigua e sfuggente, dell’opera profetica, sulla quale si sono esercitati gli ingegni dei Padri della Chiesa e d’interpreti di varia estrazione dottrinale, cattolica ed evangelica, senza giungere ad un modello universalmente accettato di lettura.

«L’escatologia apocalittica rappresenta un unicum nella storia delle religioni? Rispetto alle altre concezioni escatologiche fin qui analizzate, quella cristiana diede una risposta altamente specializzata al “disagio di fronte al tempo” e alla “crisi della presenza”: la catastrofe cosmica degli indios brasiliani, l’apocatastasi degli antichi politeisti rappresentano altrettanti stadi di una concezione escatologica ,se si vuole adottare una prospettiva evoluzionista, che trova nell’Apocalisse una compiuta manifestazione. La grande speranza dei cristiani, scrisse D. H. Lawrence, divenne “la misura stessa della loro totale disperazione”. Intere generazioni di cristiani si sono così succedute nei secoli con l’idea che nei terribili eventi del loro tempo si celassero i segni profetizzati nella rivelazione, e dunque l’approssimarsi della promessa agognata del ritorno di Cristo.

«Il linguaggio simbolico e immaginifico “di non immediata e facile comprensione” con cui è stata scritta l’Apocalisse li autorizzò, ad ogni sintomo di crisi, a ritenere prossimo il compimento delle sue profezie, allungando il fantasma nel mondo cristianizzato di un’apocalisse permanente e strutturale, con risultati sorprendenti. Sul piano dell’operatività storica, l’escatologia apocalittica con la sua teologia consolatoria e revanscista ridusse infatti al minimo la possibilità che crisi “acculturative” (persecuzioni religiose, invasioni, ma anche guerre e contrasti politici) potessero annullare le identità storiche, religiose ed etniche, come invece accadde ai Tupinamba del Brasile con la colonizzazione. La particolare visione in essa elaborata la rese una perfetta teologia per i momenti difficili, alla quale, anche dopo la fine delle persecuzioni, continueranno ad appellarsi tutti i “pensierosi ed i perseguitati di ogni tempo” evitando il rischio, nell’impossibilità di vivere in un mondo senza senso, di auto cancellarsi dalla storia, come in effetti successe agli indios in fuga dagli Occidentali.

«Quali sono i tratti salienti del grandioso affresco consegnatoci nella Rivelazione di Giovanni? Dopo la sanguinosa sconfitta della bestia e dello pseudoprofeta per mano del “Fedele” e “Verace (Ap. 19) la rivelazione del veggente di Patmos si avvicina al suo culmine: il serpente antico, “quello che è chiamato il Diavolo o Satana”, è incatenato e gettato nell’abisso affinché non possa più sedurre i popoli della terra sino al compimento di mille anni, trascorsi i quali “dovrà essere sciolto” per un tempo breve. Prima di allora sulla terra avverrà la prima resurrezione, quella delle anime dei martiri che non hanno venerato la bestia e la sua effigie, “né hanno ricevuto il marchio sulla fronte o sulla mano”; questi “Beati e Santi” saranno “sacerdoti di Dio” e parteciperanno con Cristo in un regno terrestre della durata di mille anni (Ap. 20.1-6). E’ questo il millennio che precederà gli ultimi eventi della storia umana, i cosiddetti nuovissimi: la resurrezione finale, il giudizio universale, la consumazione della terra e del cielo attuali e la discesa della “nuova Gerusalemme” (Ap. 20.7-11; 11-14; 21; 22.1-5).

«Quali altri significati può assumere nella nostra società la fantasia apocalittica? Nonostante le censure ecclesiastiche nei confronti del millenarismo, la progressiva presa di distanze della teologia ufficiale dal “pensiero prospettico” dell’Apocalisse, e il suo depotenziamento simbolico operato con la lettura spiritualistica di Agostino, il libro profetico mantenne intatta la sua carica eversiva nei confronti del secolo, rinnovando ad ogni generazione “l’afflato utopico” di liberazione dai vincoli terrestri, garantendo agli scontenti e ai delusi un risarcimento morale per il male patito. Promessa di giustizia, di rinnovamento e di felicità che si mantenne sull’orizzonte dell’Occidente cristianizzato fino alle soglie del XX secolo, quando il progresso scientifico e tecnologico e l’affermazione di nuove idee di liberazione, laiche, spazzarono via le antiche cosmogonie. La tensione escatologica si sarebbe così assopita al fondo della coscienza dell’uomo civilizzato, esorcizzata dai successi della scienza e dall’indubbio miglioramento delle condizioni materiali, salvo riaffacciarsi come pulsione “irrazionale” senza riscatto, quando il sistema di rassicurazioni e di certezze su cui poggia la sicurezza dei contemporanei mostra preoccupanti segni di cedimento.

«Molti studiosi concordano sull’affievolimento nel mondo occidentale del motus spei, inteso come attesa collettiva. E’ come sel’Apocalisse tanto temuta al cambio millenario precedente, fosse svanita perché la persona non è più capace o rifiuta di sentirsi parte della società degli umani. In un panorama di raggelante indifferenza il mondo sembra attendere l’irreparabile o la continuità del proprio benessere, rinchiudendosi nella propria individualità: la paura della fine, la crisi della presenza nella storia si manifesta non più in una coerente cornice mitica in grado di riscattare culturalmente il dramma esistenziale, ma danno luogo a una miriade di apocalissi individuali, caratterizzate da patologie in cui dominano i deliri intimi, microcosmici, le sindromi sensitive, i contenuti persecutori, di colpa, le attribuzioni di significato riferite alla propria persona ovvero da quel disagio improvviso che la moderna psichiatria definisce attacco di panico : “quando tutto sembra venir meno all’improvviso, crolla la certezza della salute; il vissuto è descritto come fine del mondo, del proprio mondo interno; il corpo tremante si raccoglie, si restringe in posizione fetale e si accovaccia sul pavimento cercando in questo geotropismo di attaccarsi strettamente alla terra per attenuare il terrore”».

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