Non so a quanti di voi sia capitato di entrare in libreria per curiosare e di uscirne con almeno qualche libro, acquistato più che altro per averne letto il titolo e per avere sbirciato nella quarta di copertina. A me è capitato spesso e ciò è dovuto alla mia curiosità di lettore impenitente che cerca sempre qualcosa con cui confrontarsi, soprattutto negli scaffali della saggistica filosofica, storica e teologica. Questa è la maniera in cui mi sono imbattuto nel testo di cui parlerò, acquistato da me pensando che si trattasse dell'ennesimo attacco di qualche fondamentalista ateo al cristianesimo ed alle religioni in generale e scoprendo all'inizio della lettura che invece si trattava di un testo serio, scritto con un certo fascino e che concerneva la sociologia delle religioni. Il libro in questione è del sociologo francese Olivier Roy e si intitola La santa ignoranzza. Religioni senza cultura, pubblicato in Italia dalla casa editrice Feltrinelli.
Il saggio, che è scritto da un protestante francese che ha avuto nella sua vita anche una buona preparazione teologica di stampo liberale. Lo scritto, infatti, inizia con una testimonianza personale dell'A. che, ricordando i giorni della sua giovinezza. rammenta quando, all'interno del gruppo giovanile protestante che frequentava, si presentò un giovane convertito dell'area evangelical che ogni volta che entrava diceva "Dio ti salverà" e che dava scarsa attenzione alla lettura ed all'analisi del testo biblico, pur credendo nella sua infallibilità. Questo approccio del giovane, a parere del sociologo francese, rappresenta un ottimo esempio di quello che è chiamato deculturazione della religione e che, oltre che avvenuta all'interno del mondo evangelico, si è presentata anche in altre religioni, soprattutto negli ultimi decenni.
La tesi di Roy è piuttosto semplice. Le religioni (di cui non si dà una definizione precisa nel testo ma, da buon socioogo, si prende atto di quanto viene definito tale da coloro che si definiscono relgiosi) sono sempre e normalmente legate ad un mondo culturale particolare ed agiscono all'interno di quel particolare mondo; quando però vogliono conquistare altri ambiti devono per forza di cose deculturalizzarsi, perdendo in parte la loro peculiarità ma, in questa maniera divenendo più fruibili per un maggior numero di persone.
Il sociologo francese (riprendendo in parte anche le tesi di Peter Berger) ammette che il fenomeno del religioso, anche in Europa, ma soprattutto in tutto il mondo, riemerge prepotentemente dopo che per qualche decennio si era affermato che si trattava di un qualcosa al tramonto in una società sempre più secolarizzata. La sua idea però è che si tratti di una religione profondamente diversa da quella che è stata professata in tutto il mondo sino al XIX secolo. Secondo quanto ipotizzato, infatti, qualsiasi religione (anche quelle di stampo più universalistico come il Cristianesimo e l'Islamismo) si è sottoposta ad un processo di inculturazione, adattandosi all'ambiente che la circondava e diventando propria di quell'ambiente. Gli esempi che sono riportati nel testo sono molteplici, ma si concentrano soprattutto sui concetti di etnia e nazione. Viene ribadito infatti che questi due concetti fondamentali per qualsiasi divisione umana, hanno anche diviso le religioni e talvolta hanno reso alcune di esse profondamente radicate nella società in cui sono sorte o si sono diffuse. Ad un certo punto della storia, però, quando le culture si sono incontrate e, a partire dalla fine del XIX secolo il mondo è diventato una "piccola sfera", le religioni hanno profondamente mutato la loro identità, si sono deculturate.
Questo processo di deculturazione (che porta a quel fenomeno della santa ignoranza, della non indispensabilità della conoscenza della cultura da cui è sorta una religione o in cui si è sviluppata) è diventata ancora più marcata nella nostra età, quella della globalizzazione. La religione si è aperta al mercato e per questo motivo è diventata più accessibile alla gran massa dei consumatori che possono liberamente scegliere a quale credo accedere e trovarne la confezione adatta per lui. Lo studioso francese non condanna questo nuovo atteggiamento ma, da studioso delle società complesse,, lo descrive mostrandone il cambiamento ed il mutamento, in atto proprio durante gli ultimi decenni. Una tale apertura al "mercato" ed al gradimento dell'individuo da parte delle diverse religioni porta ad una loro omogeneizzazione ed al fatto che tutte quanto cercano di rispondere alla soddisfazione del sè e dell'individuo che ben le accoglie come risposta ad alcuni suoi bisogni. Queste le tesi del libro che riporta molteplici esemplificazione ed è dotato di una buona documentazione che mostra che Roy è un profondo conoscitore delle problematiche affrontate, sapendo distinguere anche tra le varie sfumature di un fenomeno particolarmente complesso..
Come valutare il testo, la tesi e la proposta di Roy. Personalmente penso che sia uno dei testi scritti da un sociologo francese sulla religione con più cognizione di causa: le radici protestanti dell'A. aiutano a districarsi nelle diverse prospettive del problema. Rimangono però dei dubbi sulla lettura proposta: Roy sembra tutto sommato un nostalgico cui non piace il cambiamento subito dalle religioni, pur ammettendo che le religioni nel XXI secolo ed una maggiore libertà di scelta, sono di qualche giovamento per gli individui che non sono costretti a scegliere a quale Dio credere solo perché appartengono ad una certa cultura. Il testo poi non è molto chiaro nella valutazione del fenomeno: pur comprendendo che si tratta di un'analisi sociologica che vuole essere avalutativa, sarebbe stato il caso di far comprendere meglio la propria idea. Un altro appunto che si può fare al saggio è quello della leggibilità: talvolta le parti sono piuttosto ripetitive e le numerose esemplificazioni fanno perdere il filo logico e disperdono quelle che sono le interessanti tesi dell'A. Manca anche un approccio che tratti della questione religiosa come fenomeno globale e sembra molto spesso che, benché Roy conosca molto bene il mondo extraeuropeo, la sua prospettiva, oltre che agli studi europei, rimanga ancorata ad una concezione eurocentrica del problema.
Il libro, comunque, rimane un'interessante lettura ed una buona fonte di informazioni.
Valerio Bernardi - DIRS GBU






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