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Sperimentazione sugli scimpanzé: davvero necessaria?
In molti casi è ingiustificata da un punto di vista scientifico: è la conclusione di un rapporto statunitense, che fissa i limiti per la ricerca con queste scimmie antropomorfe
15 dicembre 2011 di Martina Saporiti
L’uso di modelli animali nella ricerca medica e comportamentale porta davvero a progressi nel campo della medicina? E quali sono i limiti etici da non oltrepassare? I National Institutes of Health (Nih) statunitensi lo hanno chiesto a una commissione d’inchiesta costituita da esperti dell’ Institute of Medicine e del National Research Council, che ha redatto le linee guida da seguire nella ricerca biomedica sugli scimpanzé, una delle specie maggiormente impiegate nella sperimentazione animale. Dal rapporto della commissione, divulgato dall’Institute of Medicine e pubblicato su Science, viene fuori che non solo l’uso a fini di ricerca di queste scimmie antropomorfe in molti casi non è giustificato, ma che anche laddove sia necessario deve rispondere a criteri etici ben definiti.
Negli ultimi 10 anni, negli Stati Uniti gli scimpanzé sono stati protagonisti di 110 progetti di ricerca. Nella metà dei casi si è trattato di ricerca sull’ epatite C, il resto sono stati studi di genomica comparativa, neuroscienze, comportamento e malattie infettive. Per quanto riguarda gli studi genetici e comportamentali, la commissione ha stabilito che gli scimpanzé devono essere impiegati solo se il gioco vale davvero la candela. In altre parole, solo se le ricerche portano a dei risultati altrimenti irraggiungibili, sia nel campo della genomica comparata sia in quello della salute mentale, della cognizione e dell’emotività. In ogni caso, però, bisogna garantire condizioni sperimentali che minimizzino lo stress e il dolore arrecato agli animali. D’altra parte, come sottolineano gli esperti, una condizione di malessere potrebbe inficiare la validità degli studi stessi.
Quindi un no secco ai progetti che sradicano gli scimpanzé dal loro gruppo sociale, che si dimostrano troppo invasivi senza contemplare l’uso di anestetici e che forzano gli animali a sottoporsi ai trattamenti (in questo senso, per esempio, ben visto è l’addestramento con cui le scimmie imparano a offrire spontaneamente le braccia al veterinario per il prelievo del sangue).
Per quanto riguarda la ricerca prettamente biomedica, invece, le cose sono più complesse. La commissione, in effetti, ha chiaramente detto che l’uso di scimpanzé in questo tipo di studi è, in molti casi, ingiustificato. Due le sole eccezioni: la ricerca sugli anticorpi monoclonali (cellule immunitarie che arrivano al bersaglio guidate dal loro stesso obiettivo) e sui vaccini profilattici anti epatite C (la vaccino profilassi, al contrario della vaccino terapia, è effettuata non per curare una malattia già in atto ma per creare uno stato immunitario contro la malattia).
Per quel che riguarda gli anticorpi monoclonali - sebbene si stiano sviluppando filoni di ricerca alternativi che contemplano la produzione sintetica in vitro, l’uso di altri animali come i topi e persino, con molte cautele, la sperimentazione umana - c’è ancora bisogno degli scimpanzé.
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