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martedì 6 dicembre 2011

Corriere Canadese Online

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Estetica e tecnologia nel mondo di Paolo Granata

«Partnership tra UofT e Università di Bologna»

Di CATERINA ROTUNNO
TORONTO - Arte e tecnologia, un binomio che sembra apparentemente contrapporre tra loro due mondi distanti per la loro stessa natura e che invece risultano essere molto vicini se non interdipendenti. Lo stesso Steve Jobs aveva più volte affermato che «le arti liberali (grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, musica e astronomia) hanno certamente a che fare con l’innovazione, il design e l’anima stessa di un prodotto tecnologico commerciale».
La tecnologia è entrata a far parte della nostra vita andando a modificare il modo di percepire il mondo e, inevitabilmente anche la nostra stessa struttura mentale. Forse non ce ne accorgiamo, ma oramai l’attività sensoriale di conoscenza di tutto ciò che ci circonda è stata modificata e sostituita dagli strumenti di comunicazione.
Questi divengono loro stessi i nostri intermediari con il mondo esterno. «Le nuove scoperte della tecnologia ci colpiscono e ci affascinano come se fossero opere d’arte, quell’arte che da sempre ha rappresentato un canale privilegiato di interpretazione della realtà e che ha affascinato e stupito l’uomo evocando sensazioni non prettamente cognitive ma emozionali. E l’estetica, che studia l’aspetto della conoscenza che riguarda l’uso dei sensi, è chiamata inevitabilmente a occuparsi e ad analizzare queste nuove modalità di percepire il mondo attraverso i media».
A parlare è l’estetologo e storico dell’arte Paolo Granata, docente di Gestione dei beni culturali presso la Scuola di Specializzazione in Beni storici e artistici dell’Università di Bologna.
Attualmente si trova a Toronto come Visiting Scholar presso il McLuhan Program dell’Università di Toronto.
Marshall McLuhan è stato un grande precursore di moderne teorie della società tecnologica contemporanea, con intuizioni che anche dopo molti anni restano sempre attualissime.
«Aveva una formazione umanistica avendo studiato lingua e letteratura inglese all’Università di Manitoba e poi a Cambridge, in Inghilterra – tiene a puntualizzare il professor Granata in una intervista rilasciata durante una visita alla redazione del Corriere. McLuhan insegnò lingua e letteratura inglese in varie università, anche se fin dalla sua tesi di dottorato aveva già messo in luce l’originalità delle sue analisi storiche. Nel 1976 con il suo libro La galassia Gutemberg (The Gutemberg Galaxy: the making of Typographic Man), McLuhan evidenzia per la prima volta l’importanza dei media nella storia dell’uomo. In particolare studia l’influenza della stampa a caratteri mobili che a suo parere rappresenta la tecnologia che ha reso possibile l’era moderna, segnando il passaggio dalla cultura orale alla cultura alfabetica. Tuttavia, già nel 1964 con il suo scritto più famoso Gli strumenti del comunicare (Understanding Media: the extensions of Man), McLuhan inauga uno studio nel campo della “ecologia dei media” affermando che sia importante studiare gli attuali strumenti di comunicazione (radio, televisione, internet), non tanto in base ai contenuti che essi veicolano, ma in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione. Da qui la famosa frase “il mezzo è il messaggio” che è divenuto anche il titolo di un suo libro. «McLuhan non era un estetologo, ma aveva un’ossessione, ovvero quella di capire in che modo i media cambiano la nostra vita», afferma Paolo Granata. Ciò che McLuhan - il rappresentante insieme a W.J.Ong della “Scuola di Toronto” sosteneva - è che «non bisogna concentrarsi sul messaggio ma sul cambiamento che la sola presenza dei media producono nelle nostre vite e in particolare nel nostro modo di percepire il mondo. E questo concetto - afferma il professor Granata - si ricollega proprio all’estetica». Il “determinismo tecnologico” di McLuhan, suona come un ammonimento tanto che a lui si deve l’espressione “la narcosi di narciso” «volendo in tal modo mettere in guardia dall’abbaglio che proprio i media possono provocare con la conseguenza di rimanere intorpiditi da questa illusione. Secondo le teorie di McLuhan - continua Paolo Granata - l’uomo non è in grado di cogliere i cambiamenti che la tecnologia provoca nelle sua vita perché è intorpidito e poco consapevole dei cambiamenti che i media producono su di lui oppure se ne rende conto molto tardi ovvero quando questi cambiamenti sono entrati a far parte della sua vita. Solo l’artista, definito da McLuhan “l’uomo dalla consapevolezza integrale” è l’unico che riesca a rendersi conto di questi cambiamenti e delle conseguenze dei media sulla nostra vita, è l’unico che sa scoprirne il meccanismo e conseguentemente a manipolarlo. Ecco, quindi, che ritorna il binomio arte e tecnologia».

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