LA MEMORIA TRA ANTROPOLOGIA, IDENTITÀ E TECNOLOGIA
Posted on | dicembre 4, 2011 | No Comments
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L’ecologia umana è il terreno d’incontro dell’antropologia fisica e dell’antropologia culturale. Il rapporto e le interdipendenze tra uomo e ambiente (alla luce degli adattamenti sia biologici sia culturali) devono essere analizzati secondo un approccio interdisciplinare, e a questo ho dedicato una buona parte di Professione Antropologo.
Riflettevo però su quale concetto “astratto” potesse essere un punto di unione tra le due metà del cielo antropologico. Mi è tornato in mente il progetto VEMA, presentato alla X Biennale di Architettura di Venezia, di cui raccontavo tempo fa.
In quel progetto abbiamo valutato l’impatto delle nuove tecnologie sui meccanismi della conoscenza e della memoria, anche se il tema non è stato sviluppato in modo ampio.
Mi piacerebbe approfondirlo qui, ben sapendo che ogni cosiderazione sull’argomento è solo la base per ulteriori riflessioni.
Esiste una memoria individuale e personale, una memoria collettiva e una memoria di specie. Se apparentemente si tratta di tre realtà separate, esse si intrecciano a formare l’identità. L’identità è un concetto di per sè fluido, che si modella non solo sul vissuto personale e di gruppo, ma anche sulla storia biologica degli esseri umani.
La memoria collettiva è un campo d’indagine particolarmente prolifico, che si snoda in diverse forme. Fabio Dei ne ha scritto anche in Antropologia e memoria. Prospettive di un nuovo rapporto con la storia, dove fa il punto sullo stato degli studi su questo particolare aspetto e ne considera il rapporto con la disciplina storica.
La memoria di specie è maggiormente indagata dagli antropologi fisici: lo studio del DNA, che è a suo modo memoria di specie e di “famiglia”, si intreccia allo studio dell’evoluzione umana, che ricostruisce attraverso i fossili il cammino evolutivo dell’uomo.
Che queste forme di memoria si intreccino sia nelle loro forme passate che presenti non è cosa nuova. Attraverso di esse interagiamo con i nostri simili e con l’ambiente. La nostra attività si modifica a seconda delle risposte, biologiche e culturali, che riceviamo.
Mi piace a questo proposito la domanda che si è posto Matteo Meschiari, autore di Terra sapiens, quando considera il rapporto tra mente, paesaggio e cultura nel contesto della Wilderness, in un approccio sicuramente innovativo e particolarmente acuto:
Cosa lega il corpo di un animale sezionato dalla lama di un cacciatore arcaico, il corpo di quello stesso animale dipinto sulla parete di una grotta più di 30.000 anni fa, il corpo della terra, che entra per vie sottili nella cultura di un popolo, il corpo del testo, in cui lo spazio reale diventa spazio mentale, e infine il corpo urbano, in bilico tra norma e Wilderness, tra vocazione sedentaria e bisogno di perdersi?
La tecnologia del cacciatore paleolitico era, in un certo senso, estensione diretta della sua biologia. L’evoluzione tecnologica ha apportato notevoli cambiamenti nel nostro rapporto con l’ambiente, influenzando anche i processi con cui costruiamo la memoria, sia essa personale o collettiva.
Da un certo punto di vista ha modificato anche la costruzione della memoria di specie, grazie ai progressi medici e sanitari. La pressione selettiva che i nostri antenati subivano è notevolmente diminuita, ma questo non significa che, al contrario del pensiero comune, l’evoluzione della nostra specie si sia fermata.
Alla fine dell’articolo che raccontava l’esperienza di VEMA, scrivevo che è
Da non sottovalutare l’impatto che la tecnologia ha, infatti, sulla memoria: i supporti di memorizzazione e i loro standard continuano a mutare, e già tra qualche anno cd e dvd non saranno più utilizzati. Gli hard disk di oggi, come del resto quelli di 20 anni fa, non saranno più assimilabili dal sistema, con una perdita di dati e di informazioni che si immagina importante. La memoria materiale dell’uomo è ben più labile di quella organica e culturale.
Ad esempio mi raccontavano che all’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi (ICBSA) giacciono registrazioni non più utilizzabili, poichè mancano gli strumenti per accedervi. I vecchi fonografi, come altro esempio, sono di difficile reperibilità e manutenzione.
Ma anche i DVD e gli hard disk hanno una “data di scadenza”: a parte la fragilità dei supporti, non è detto che i dispositivi di lettura di nuova generazione siano retrocompatibili. Oltretutto, la traccia di lettura i un DVD si deteriora in una ventina di anni.
Internet è un’altra memoria labile: i siti spariscono, le informazioni cambiano, e le wayback machine difficilmente riescono a recuperarle. Pietre miliari come Geocities e Splinder segnano il passo davanti ai social network e al cosidetto web 2.0. Eppure, curiosamente, le persone si affidano sempre più alla Rete come a una memoria personale esterna.
Secondo la psicologa Betsy Sparrow, del Dipartimento di Psicologia della Columbia University di New York, il fenomeno non riguarda certo una “menomazione” delle capacità cognitive, bensì un nuovo tipo di gestione dei ricordi.
L’attenzione non è più sul dato da ricordare, ma su dove trovarlo. Quindi non è più necessario immagazzinare l’informazione, almeno a livello personale, quanto classificarla.
La memoria così non si stratifica in relazione al tempo trascorso ma al contenuto. Non è la sequenza dei ricordi a scandirne la solidità e la veridicità, ma la relazione che essi hanno con il resto delle informazioni. Il fatto che in rete generazioni diverse condividano certi ricordi (ma non le esperienze), soprattutto per quanto riguarda i media, è significativo da questo punto di vista.
Secondo la psicologa Maria Rita Parsi, citata in un articolo pubblicato su La Repubblica del 21 luglio 2011:
La dinamica è semplice: i social network come Youtube e Facebook fungono da ‘deposito di memorie felici’ dove i ragazzi condividono quotidianamente le proprie memorie d’infanzia. Questo facilita la comunicazione e la condivisione di ricordi, e contribuisce a far nascere anche in giovane età il senso di nostalgia proprio degli adulti e degli anziani. I ragazzi, oggi, grazie anche al contributo dei nuovi media, crescono più rapidamente, e altrettanto rapidamente consumano il presente e immagazzinano memorie. Memorie che si sedimentano in una sorta di passato-recente e se stimolate, attivano facilmente il senso di nostalgia.
Si tratta comunque di un meccanismo con cui riaffermare la propria identità attraverso i ricordi: più questi sono labili, più è necessario riaffermarli e, a volte, ricostruirli. Questo vale soprattutto per la memoria collettiva.
Quando un popolo si deve autodefinire tende necessariamente a ricercare una propria identità attraverso i ricordi collettivi, o se vogliamo le tradizioni. E a volte la “storia” è del tutto inventata.
Tralasciando i casi di frodi storiche organizzate a tavolino, il meccanismo è noto soprattutto a livello individuale.
E’ noto che i meccanismi neurologici della memoria sono plastici e cambiano i particolari dell’esperienza che vanno a immaganizzare, soprattutto sotto l’influsso di determinate condizioni sociali e ambientali. Non è detto che la ricostruzione sia una copia esatta dell’originale, quindi.
La memoria è ancora un campo sconosciuto, per certi versi, e la conservazione dei ricordi è stato un problema sempre presente e urgente. I coraggiosi tentativi dei nostri antenati di fissare la memoria sulle pareti delle grotte sono stati sostituiti dai ritrovati tecnologici che immagazzinano dati più o meno organizzati.
Da questo punto di vista è interessante il commento di Maurizio Ferraris, professore di filosofia teoretica all’Università di Torino, quando scrive nell’articolo “Sorvegliati speciali” pubblicato su Wired di luglio 2011, che
[...] Il BlackBerry era un oggetto pieno di memoria [...] Una volta gli oggetti non erano così. Ce n’erano con memoria (per esempio i libri, i dischi, i registratori, i registri) e altri, la maggior parte, senza. I soldi non avevano memoria, erano banconote anonime e non carte di credito o bancomat. I televisori, le radio e i telefoni non ricordavano un accidente. Adesso tutto è cambiato. Facciamoci caso, persino le chiavi hanno memoria. [...] Ormai non c’è oggetto che non possieda una memoria, piccola o grande, ossia che non si riveli in qualche modo intelligente ed eloquente, se interrogato a dovere. [...]
La possibilità di registrare e scaricare su hard disk le nostre memorie non sembra più essere una prospettiva fantascientifica cyberpunk. Le visioni di Johnny Mnemonic o Fino alla fine del Mondo stanno prendendo forma.
Se Raymond Kurzweil, uno dei teorici della singolarità tecnologica, profetizza che tra venti anni ognuno potrà fare un backup completo del proprio cervello, il gruppo di ricerca di Theodore W. Berger della University of Southern California, è riuscito a impiantare nei ratti un chip che riesce a simulare la normale connettività tra i neuroni e a migliorare le capacità cognitive. Un passo tutto sommato naturale dopo il miglioramento delle interfacce digitali delle protesi.
Ritorniamo per un attimo all’inizio dell’articolo, a proposito di VEMA. All’interno del progetto immaginavamo il parco cittadino come depositario della memoria, e citavo gli studi etnoarcheologici di Massimo Vidale sui percorsi e i rituali compiuti all’interno di un vero parco cittadino.
Ed è curioso che un gruppo di architetti di Stoccolma, Visiondivision, abbia pensato a una casa-albero come punto di aggregazione della vita sociale di una città.
Strutture vegetali composte da dieci ciliegi che impiegheranno 60 anni per crescere e completare l’opera. Un tempo che nella sua simbologia indica non solo il bisogno di pazienza, ma anche di conservare la memoria.
Un tentativo (credo fallito già in partenza ma non per questo meno lodevole) di far persistere la memoria e di tramandare una storia alle future generazioni, guarda caso attraverso un organismo vivente investito da simboli diversi a seconda della propria cultura di appartenenza.
E se un giorno ritornassimo a dipingere le pareti delle caverne? Forse è il caso che cominci a disegnare bisonti sulle pareti di casa, poi un giorno… chissà!
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Category: Riflessioni antropologiche
Tags: Betsy Sparrow > durata CD > durata DVD > ecologia umana > Fabio Dei > Fino alla fine del Mondo > identità > Johnny Mnemonic > Maria Rita Parsi > Matteo Meschiari > Maurizio Ferraris > memoria > Raymond Kurzweil > singolarità tecnologica > Terra sapiens > tradizioni popolari > VEMA > Visiondivision > Wilderness
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